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La camera oscura e le lenti nella pittura



L'uso di ausili ottici da parte di alcuni grandi maestri della pittura è un argomento che ha suscitato vivaci polemiche e contrastati dibattiti tra studiosi dell'arte e scienziati. In questo studio proponiamo lo sviluppo delle indagini su queste teorie e le contestazioni di chi critica questa tesi.

Il lavoro è diviso in sei parti (contraddistinte dai link qui sopra): la storia degli strumenti ottici utilizzati nell'arte, come funzionano, una panoramica su alcuni dei pittori che si pensa li utilizzassero, e un capitolo a parte per i tre maestri che più di ogni altro sono stati al centro di questa polemica: Caravaggio, Canaletto e Vermeer.


Secondo molti studi a partire dal Quattrocento, diversi pittori utilizzarono, per realizzare i loro lavori, strumenti ottici. Inizialmente furono specchi concavi e convessi, poi nel XVII secolo, comparvero la "camera obscura", che ebbe poi un largo utilizzo soprattutto nel XVIII secolo, e la "camera lucida".

Per alcuni artisti l'utilizzo di questi strumenti è certo, per altri molto controverso, in ogni caso è sicuro che non fu l'uso di questi strumenti a fare grandi i maestri della pittura. Si trattò solo di attrezzi che li aiutarono nel loro lavoro, reso sublime dalle loro capacità.


Come è chiaramente mostrato in questo testo di Tomaso da Modena, 1351-52, strumenti ottici erano già in uso in quel periodo. Da sinistra: Ugo di Provenza usa degli occhiali, il cardinale Nicola di Rouen utilizza una lente per ingrandire il testo di un libro, mentre nelle ultime due immagini Pietro Isnardo di Vicenza e San Gerolamo (particolare) utilizzano specchi concavi (se correttemente orientati ingrandivano il testo senza capovolgerlo).

La teoria dell'uso di strumenti ottici come ausilio alla pittura è scaturita dalla domanda, che molti critici dell'arte si sono posti, su come la pittura europea tra il XV e XVI secolo abbia subito un cambiamento repentino all'inizio del 1400 passando da dipinti stilizzati e schematici a quadri dal realismo quasi fotografico.

Nella sequenza di volti qui a destra è mostrato il netto cambiamento nella raffigurazione dei volti tra il 1425 e il 1430, il periodo in cui si pensa sia iniziato l'uso degli strumenti ottici da parte di alcuni artisti. Lo stesso cambiamento si nota anche nella raffigurazione di vestiti, tessuti e oggetti, con un notevole aumento e meticolosità dei dettagli.




La Storia

Il principio fondamentale della camera oscura era già noto in Cina: la prima menzione di questo dispositivo è del filosofo Mo-ti (V secolo aC) che scrisse di un'immagine capovolta formata dai raggi di luce che passano attraverso un foro in una stanza buia che lui chiamò "luogo di raccolta" o la "stanza del tesoro bloccato."

Aristotele (384-322 aC)
utilizzò questo metodo per osservare un'eclissi solare.



Nel 1038 uno studioso arabo di nome Alhazan descrisse un modello di camera oscura. Anche se di fatto non realizzò il dispositivo, la sua opera influenzò il filosofo medievale Roger Bacon, che nel 1267 studiò gli specchi stabilendo i principi fondamentali della Camera Obscura. Un apparato che, più tardi, usò per proiettare l'immagine del sole, su una parete. Queste camere medievali erano vere e proprie "camere oscure": all'interno di una stanza poco illuminata, si poteva vedere l'immagine di quello che accadeva fuori, proiettata al contrario su una parete, attraverso un piccolo foro nella parete opposta.

Leonardo da Vinci, nel 1490, fu il primo a suggerire che la camera oscura avrebbe potuto essere interessante per l'artista, per creare modelli trasportabili per riprodurre la natura, città o paesaggi panoramici. Questa prima versione della camera oscura era abbastanza grande per contenere il disegnatore e sembra che questo tipo di dispositivo sia stato utilizzato
solo in occasioni speciali e in generale per lavori topografici.


In questa litografia di Durer del 1525 si mostra la tecnica usata per disegnare la propettiva di oggetti tondeggianti (in questo caso un liuto): una stringa veniva appesa in un punto della parete (era il punto di vista dell'osservatore), poi veniva collegata ad un punto sul liuto e la sua posizione registrata muovendo altre due stringhe tese attraverso una cornice di legno. Il punto d'incontro veniva poi riportato su uno schermo mobile su cardini. Ripetendo l'operazione si ottenevano un certo numero di punti per delineare la forma esatta dell'oggetto. Era un metodo complicato che necessitava di due persone.


Nel Rinascimento si collega il principio della camera obscura al funzionamento dell'occhio umano; anche Leonardo si interessa della camera obscura, che chiama oculus artificialis.

A sinistra: camera obscura rappresentata come se fosse un occhio, agli inizi del '500


Eclisse di sole osservato in una camera oscura , di Gemma Fisius a Lovanio, 1544. tratto da "De Radio Astronomico et geometrico". Notate come l'immagine del sole sia capovolta.


La prima teorizzazione della camera obscura ( da non confondersi con il luogo camera oscura) è del fisico italiano Giovan Battista della Porta che scrisse dei suoi esperimenti in un suo testo del 1558, "Magia Naturale".


Frontespizio allegorico da "Oculus hoc est fundamentum opticum" di Christopher Scheiner, Innsbruck, Austria, 1619, nel quale si notano ben quattro raffigurazioni di camere ottiche.

Daniele Barbaro nel libro "La pratica della prospettiva" (1569) dimostrò la necessità della messa a fuoco e l'utilità del diaframma per migliorare la nitidezza delle immagini.


Diagramma di due tipi di camera oscura, da "Rosa Ursina sive Sol" del 1630. Quello superiore mostra una camera con una sola lente, in cui l'immagine è proiettata al contrario. Quello inferiore ha due lenti convesse in cui l'immagine è dritta.

Un disegno del XVII secolo di una camera oscura. L'immagine illuminata di una scena esterna entra attraverso un buco nel fianco di una stanza e colpisce una superficie in cui è riprodotta, a colori, e capovolta.


Un cubicolo-camera oscura, da "Ars Magna Lucis et Umbrae 1646" di Athanasius Kircher. Questa istallazione comprende due camere che ricevono immagini da direzioni opposte. In entrambi i casi l'artista vede l'immagine sul retro di uno schermo trasparente, capovolta, ma non invertita.



L’uso di una seconda lente per raddrizzare le immagini comparve nel 1600 con Johann Keplero, che sembra anche essere stato l’inventore della camera “a tenda”, utilizzata soprattutto per effettuare rilievi topografici e militari.

Un importante ulteriore sviluppo fu l'invenzione di uno strumento portatile di piccole dimensioni, in forma di scatola, equipaggiato con lenti alloggiate in tubi scorrevoli e schermi incorporati. La prima e migliore selezione di questi strumenti fu illustrata da Johannes Zahn nel 1685.

Camere oscure da "Oculus artificialis teledioptricus" di Johannes Zahn, Wurzburg, 1685.

Camera obscura trasportabile di Johann Zahn, 1686


Robert Hooke, "Picture Box", 1694, tratto da "An Instrument of Use to take the Draught, or Picture of any Thing. Communicated by Dr. Hook [sic] to the Royal Society Dec. 19., 1694, in William Derham, Philosophical Experiments and Observations of the late eminent Dr. Hooke (London, 1726)


In epoca rinascimentale e barocca le vedute potevano essere di fantasia, mentre che nel corso del XVIII secolo diventano sempre più riprese dal vero.
Questa camera oscura è una specie di armadio trasportabile a portantina. Alla sommità uno specchio proietta su un foglio di carta posto sul piano al quale si siede il vedutista ( al buio all'interno) che poi potrà ricalcare l'immagine riflessa.
C'era anche la versione più piccola, poco più grande di una scatola da scarpe. Questa volta lo specchio proiettava l'immagine sul vetro smerigliato. Il vedutista appoggiava il foglio al vetro e ricalcava per trasparenza.

E' facile immaginare quanto questa tecnica abbia cambiato il modo di dipingere del periodo.

La nuova pittura diventa una ricerca del vero architettonico, della vera prospettiva, della perfezione assoluta dell'immagine reale.


Due tipi di camera oscura illustrati nell'enciclopedia Diderot, Montesquieu e D'Alambert, 1751.

Si racconta come i pittori non amassero mostrarsi mentre usavano lo strumento in questione (alcuni di loro facevano portare la camera ad un servitore che li seguiva), forse pensavano di essere in un qualche modo sminuiti nella loro qualità di ritrattisti, se aiutati da un mezzo meccanico.

Quando poi sul finire del settecento la camera obscura diventerà d'uso comune, accadrà addirittura il contrario: molti pittori mostreranno nelle proprie opere se stessi e lo strumento che li aiutava a lavorare, come è documentato nelle immagini a fianco dove il pittore di corte bavarese, Franz Joachim Beich è ritratto, nel 1744, vicino alla sua camera ottica.


Camera obscura di Sir Joshua Reynolds.
Prodotta in Inghilterra. Metà del XVIII secolo.

Questa camera oscura era di proprietà del pittore Sir Joshua Reynolds (1723-1792). Lo specchio e la lente montata come una torretta sulla sommità proiettano l'immagine sulla base dello strumento.

Reynolds può avere utilizzato lo strumento per disegnare o semplicemente per studiare le immagini che produce. In una delle sue lezioni alla Royal Academy disse che un artista, con poteri di selezione poteva dare una rappresentazione superiore di una scena della natura rispetto a quella prodotta da una camera oscura, nonostante la sua immagine estremamente reale.

Quando è chiusa e piegata questa camera oscura si presenta come un grande libro rilegato in pelle.

© Science Museum, London
Scienza e società Picture Library


Camera ottica (da Jombert, Méthode pour apprendre le dessin, 1755).

Era un apparecchio nel quale il disegnatore infilava la testa sotto una cortina di panni scuri per scorgere e ricalcare direttamente l'immagine nei suoi tratti fondamentali, annotando le zone di luce, di ombra e le tonalità del colore fondamentali, completando poi in studio la realizzazione.


Veduta del Brenta davanti alla chiesa della Mira, di Giovanni Francesco Costa, tratto dalle "Delicie del Fiume Brenta" (1750-6). L'artista, in basso a sinistra, sta usando una camera oscura portatile.

Camera oscura Brander, con lo schema relativo, 1769.

Il castello di Windsor dai Gossels, di Thomas Sandby. L'iscrizione dice: "Disegnato in una camera T.S." 1770


Paul Sandby, Castello di Rosslyn, 1775, New Haven, yale Center for Briitish Art. Si nota sulla destra una signora che sta usando la camera oscura portatile.

La camera lucida è un dispositivo ottico utilizzato come ausilio per il disegno. Il brevetto risale al 1806 ed appartiene a William Hyde Wollaston. Non è altro che la reinvenzione di un dispositivo risalente ad almeno due secoli prima, descritto da Keplero nella sua opera Dioptrice (1611), nella quale si parla di un obiettivo composto da due lenti, una divergente e una convergente.
Il termine "camera lucida" fu coniato dallo stesso Wollaston.
Permette di sovrapporre otticamente l'immagine da ritrarre sulla superficie sulla quale si sta disegnando. L'artista può vedere contemporaneamente sia la scena che la superficie del disegno come in una doppia esposizione fotografica. Questo permette di trasferire i punti chiave dalla scena alla superficie di disegno, grande aiuto per un'accurata resa prospettica. L'artista può anche tracciare facilmente i contorni degli oggetti nella scena.


Incisione (1830 c.) che mostra l'utilizzo di una camera lucida.

Usando un foglio bianco, la scena sovrapposta tende a svanire quindi è più efficace utilizzare carta nera e disegnare con una matita bianca.



Sulla sinistra un volantino pubblicitario del "Improved Camera Obscura, Per l'istruzione della gioventù nell'arte del disegno e del colorare." L'immagine mostra un giovane con una camera oscura a scatola su un tavolo mentre disegna una donna seduta su una sedia.

Il volantino sembra datato vicino al 1819/1820. London Magazine.

Istruzioni per l'uso.
Porre sulla lavagna trasparente un pezzo di carta fine, poi direzionare lo strumento sull'oggetto da realizzare posto in una zona molto luminosa: quando si rifletterà sulla carta seguire le linee con una matita, si avrà una rappresentazione corretta dell'originale.


Camera oscura a tenda, 1825, con un artista all'interno che ritrae il paesaggio circostante.