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Arte cerimoniale del Buddhismo tibetano

Mandala di sabbia


Grazie alla collaborazione di Gerald Grow, Professore di giornalismo alla Florida A&M University, vi proponiamo un suo reportage sulla realizzazione di un Mandala di sabbia, avvenuta nel gennaio 2007 al Museo d'Arte e Scienza "Maria Brogan" di Tallahassee in Florida. In quell'occasione alcuni monaci tibetani in esilio, attualmente residenti presso il Monastero di Drepung Gomang, nel sud dell'India, hanno lavorato ogni giorno per quasi due settimane per realizzare questo Mandala che poi, secondo il cerimoniale tradizionale, a significare l'impermanenza di tutte le cose, è stato distrutto in pochi minuti.
Testo e foto: Copyright 2007 by Gerald Grow, http://longleaf.net/ggrow


Un monaco al lavoro con le cannucce metalliche con cui colloca con estrema precisione i suoi colori sul disegno effettuato in precedenza.

Questi lavori offrono un incredibile dettaglio, ricco di sfumature delicate.

Anche per chi non ne conosce il ricchissimo contenuto simbolico, l'impatto di queste opere evoca un universo di mare e cielo, le catene montuose dell'Himalaya, i campi coltivati, villaggi e grandi città, le epoche del tempo, gli esseri spirituali, gli stati d'animo, i rapporti interpersonali, le scuole di pensiero, le fasi della vita, l'insieme di qualunque cosa uno possa concepire o a cui possa partecipare.

Ogni parte del Mandala esiste in complessa interazione con le altre. Ovunque focalizzate lo sguardo, la visione periferica cambia mostrandovi il resto in maniera diversa. Il Mandala non pare un oggetto immobile, anzi sembra in movimento, qualcosa di vivo.

Questo particolare tipo di Mandala viene realizzato per evocare la presenza di Avalokiteshvara, il Bodhisattva della compassione.

In questa composizione, nelle cerimonie e nell'atmosfera circostante echeggiano i fondamentali insegnamenti del Buddhismo

Anicca, Anatta: Tutto è così profondamente interconnesso che tutto è causa di tutto. E tutto cambia, muovendosi come un vasto flusso di migliaia di miliardi di processi: non c'è continuità, niente è eterno, niente è separato e duraturo, nemmeno noi stessi.

Dukkha: Credere diversamente è la via principale, per gli esseri umani, di amplificare la sofferenza in una sorta di vocazione.

Conoscere, comprendere realmente che queste verità possono portare a un senso di liberazione che abbraccia gioia e dolore, vita e morte, vita quotidiana e la profondità spirituale, che ci unisce compassionevolmente con tutti gli esseri in questo intreccio di esistenza che ci crea come noi la creiamo.

Si dice sia possibile vedere che tutta la grande, complessa, impresa dell'universo non è materia priva di senso, ma un grande complesso sacro, un Mandala, di cui siamo parte, in cui tutti gli esseri sono destinati in ultima analisi, a conseguire l'illuminazione.

Si dice anche che i molti cicli di intrecci e la sofferenza che danno a questo mondo il nome di samsara sono, per la mente illuminata, l'illuminazione stessa.

Nel corso di queste due settimane nessuno ha predicato, nessuno ha cercato di fare proseliti. I monaci hanno lasciato che le cerimonie parlassero da sole.

Attraverso il traduttore, il Geshe (il maestro dei monaci) ha spiegato lo scopo della loro visita: per ricordare alla gente la situazione del popolo tibetano, per raccogliere fondi per il loro Monastero in India, per pregare per ogni essere senziente, in particolare per quelli uccisi in Iraq. Per ricordarci l'impermanenza di tutte le cose e quanto sia importante utilizzare il tempo a nostra disposizione per aiutare gli altri e svilupparci spiritualmente.

A questo punto è solennemente iniziato la cerimonia di smantellamento dei Mandala, al suono degli oboe che hanno scosso il museo, fino alla fondamenta, e gli animi dei presenti, seguito dall'incalzare dei cimbali come onde geologiche che si schiantano contro i continenti.

Il Geshe, impugnando il dorje, la sacra saetta, inizia la dissoluzione del Mandala, dividendolo in otto parti. Un'operazione che quasi genera un dolore fisico in chi osserva.
La sabbia dipinta del mandala viene utilizzata per riconsacrare la terra e i suoi abitanti.
Con gesti rapidi e decisi si compie l'inevitabile. La sabbia viene raccolta al centro e riposta con riverenza in un contenitore che poi, al suono degli strumenti sacri e dei canti rituali, viene portato ad un corso d'acqua e disperso, in maniera tale che diffonda la benedizione ovunque.
Alla fine rimane solo la superficie col disegno di base e qualche velo di sabbia e, al centro, una camelia solitaria.


Testo e foto: Copyright 2007 by Gerald Grow, http://longleaf.net/ggrow



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