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I modelli di Caravaggio


Nei suoi lavori Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, uno dei pittori più geniali ed enigmatici di tutti i tempi, ha usato spesso gli stessi modelli (anche più volte nel medesimo dipinto) proponendo sovente anche il suo autoritratto.


Approfondire questo argomento, individuando l'identità di questi modelli, le loro storie e le motivazioni di queste scelte può essere molto utile a comprendere meglio l'opera dell'artista, i suoi sentimenti e la sua arte. Fondandosi sui documenti questo studio può aiutare anche a districarsi nella giungla delle interpretazioni contrastanti, troppo spesso soggettive, l
eggendo le quali sovente pare di sbirciare nelle personali proiezioni psicologiche di chi le ha scritte, piuttosto che apprendere i veri motivi dell’artista.

Questo ricerca non vuole lanciare sirene sensazionalistiche, ma solo proporre, confrontare ed approfondire molteplici studi interdisciplinari, corredandoli con immagini che agevolino il riconoscimento, la valutazione e il confronto dei soggetti.

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Lo studio si articola in dieci sezioni, collegate da link ipertestuali, consultabili in sequenza, o raggiungibili dai bottoni specifici: oltre all'introduzione , i vari blocchi sono dedicati alla presenza di Caravaggio nei suoi dipinti , ai suoi cinque modelli principali, i due ragazzi e , alle tre cortigiane , e . Una sezione tratta appunto gli altri modelli, infine una propone una mostra virtuale ordinata cronologicamente dei dipinti presi in esame, mentre la riassume schematicamente gli eventi.



I ragazzi

I modelli più frequentemente usati dal maestro sono stati due ragazzi: Mario Minniti e Francesco Boneri. Gli studi su di loro conducono sovente ad interpretazioni omosessuali, incoraggiate dall'androginismo di talune raffigurazioni. Secondo alcuni studiosi nel palazzo e nell'ambiente del cardinale Del Monte, il Merisi (che vi fu ospitato per 5 anni a partire dal 1595) avrebbe trovato esca per certe sue pretese tendenze delle quali si è voluto vedere un riflesso nei dipinti giovanili, con i protagonisti in boccio, di bellezza un po' ambigua (il "Suonatore di liuto" (Mario Minniti), ad esempio, anticamente era preso spesso per una ragazza).
Data quasi per assodata dagli studiosi anglosassoni, l'ipotesi di omosessualità sembra meno accettabile per gli italiani: l'idea, accennata da
Bernard Berenson nel 1951, condivisa da George Isarlo nel 1956, da Hugo Wagner nel 1958, da Michael Kitson nel 1969, da Cesare Brandi (1973), da Alvar Gonzalez-Palacios in un breve articolo di quotidiano del 1981, e particolarmente sviluppata da Frommeli (1971), da Donald Posner nel 1971, dal Rottgen (1974), ha trovato un vivace contestatore fin da principio nel Longhi (1952), che ritiene di poterne individuare la matrice in un'incisione del Caraglio brulicante di nudi virili, citata erroneamente nel Settecento come quadro del Caravaggio.

Secondo gli omosessualisti il cardinale Del Monte sarebbe stato un raffinato alla maniera dei greci, circondandosi di giovinetti che alle disposizioni pittoriche e musicali ne univano altre. Le poche testimonianze rimaste sono in parte a favore, in parte contro questa ipotesi.

Una biografia inedita del cardinale resa nota nel 1971 da Luigi Spezzaferro, scritta da quel Teodoro Amideni (Dirk van Amayden), avvocato fiammingo residente a Roma, autore intorno al 1640 della "Storia delle famiglie romane", descrive con sufficiente malignità (l'Amideni era filospagnolo, mentre il cardinale parteggiava per la Francia) un Del Monte al quale gli Spagnoli impedirono l'ascesa al soglio pontificio per la sua vita peccaminosa (la "licenza dell'età più fresca" è menzionata anche altrove), un Del Monte di scarsa cultura (accusa decisamente gratuita), un Del Monte vecchio e immobilizzato che accarezzava ancora i giovanetti e li beneficava.

Gli studiosi raccontano di una festa notturna tenuta l'11 gennaio 1605 nel palazzo della Cancelleria, in casa del cardinale di Montalto (Alessandro Damasceni Peretti, pronipote di Sisto V). Alla festa descritta in un "avviso da Roma" di quei noti pettegoli che erano gli informatori del duca di Urbino (Orbaan 1920), parteciparono Del Monte, Peretti nipote di Sisto V, Aldobrandini e altri: "poichè non intervennero dame, il corpo di ballo, formato da maestri di questo esercitio, era di giovinetti vestiti da donna", fatto per nulla insolito all'epoca.

Ritratto del Cardinal
Francesco Maria del Monte,
di Ottavio Leoni.

Il cardinale da parte sua in una lettera del 1608 all'amico di gioventù Giulio Giordani, ministro del duca di Urbino (lettera resa nota dallo Spezzaferro), ricorda con nostalgia i bei tempi delle Artemisie e delle Cleopatre (Cleopatra ricorre anche in una lettera giovanile al medesimo amico): indizio di una galanteria di tutt'altro tipo.
Quanto a Caravaggio, se in un documento del 28 agosto 1603 si definisce un certo
Giovan Battista la sua "bardassa" (il doppio significato di ragazzotto e di giovinastro che si prostituisce è filologicamente accertato), anche i suoi rapporti con le donne sono ben noti: con Menicuccia, che compare nell'interrogatorio del 20 ottobre 1604, e la famosa Lena del fattaccio del 29 luglio 1605. Dai quadri, poi, si comprende che quando abitava presso il Del Monte, oltre all'amico Mario Minniti conosciuto all'arrivo a Roma e al fedele Cecco, ebbe due modelle di grande bellezza: Annuccia, la rossa, e Fillide, l'imperiosa bruna a cui dedicò un ritratto tutto per lei.

Quindi l'omosessualità del Caravaggio e del suo protettore resta un'incognita, anche se, in linea con i costumi del tempo, l'ipotesi più probabile è che fosse bisessuale.

All'epoca del resto la cosa, in certi ambienti, sia socialmente che personalmente, era priva della rilevanza assunta in seguito.
Caravaggio potrebbe aver avuto un periodo passeggero di distrazione erotica, tutt'altro che insolito in quel contesto, nei giovanissimi, in circostanze particolari (poco frequente però nei giovanotti già formati come lui), magari per accontentare il protettore (anche se conoscendo il suo temperamento, tremendo nel bene e nel male, quale si rivela negli atti giudiziari a partire dal 1600, questa acquiescenza non gli appartiene). L'importante è non forzarne una chiave psicologica per aprire quella scatola misteriosa che è la sua fase giovanile o peggio per leggerne anche l'opera matura.

Parimenti è bene dubitare di certe letture che, per contro, spiegano tutto solo con un'iconografia religiosa. E' più costruttivo cercare di slegare l'interpretazione artistica dalle forzature etiche o morali. Certo Caravaggio andava abitualmente a messa, ma la sua storia ci racconta di un'anima travagliata, irrequieta, che pur vivendo a stretto contatto con le alte gerarchie vaticane ne condivideva i comportamenti ma non certo lo spirito. Il pittore non incarnava certo gli ideali cristiani e le sue spigolosità non si limitarono alle risse, alle frequentazioni equivoche, ma pure a comportamenti difficilmente spiegabili come quello, ad esempio, di non voler riconoscere suo fratello minore Giovanbattista, prete, che era andato a trovarlo nel palazzo del cardinal del Monte.
Secondo alcuni studi recenti la sua fu una personalità borderline, come quelle di van Gogh e di Edward Much.


I ragazzi: Mario Minniti

I ragazzi raffigurati da Caravaggio non erano, come ha scritto qualcuno "ragazzi di vita", ma apprendisti che, forse per le analogie caratteriali, diventeranno amici e, in seguito, anch'essi pittori di una certa fama. Mario Minniti, il giovanissimo siciliano che troviamo vicino a Caravaggio a più riprese può essere il modello che ha posato per almeno dodici dei personaggi del maestro.

"Cecco" Francesco Boneri, il Caravaggino
Francesco Boneri, che verrà ricordato come "il Caravaggino" , era familiarmente chiamato Cecco, così come Mario, con il maestro non condivideva solo l'arte, ma il piacere della vita tumultuosa, il carattere aggressivo che ricorreva facilmente alla violenza e alle armi. Anche il suo volto compare spesso nei dipinti del Merisi, dove è protagonista degli unici due nudi integrali, dipinti nel 1602.

Caravaggio fu l'artista delle contraddizioni: poeta della luce o del buio, pittore naturalista che dava spazio ai popolani e alla cruda realtà, ma rimaneva relegato nell'ambito dei pochi che potevano ammirare i suoi quadri, mentre i suoi soggetti, la gente comune, non aveva la possibilità di vederli nei luoghi canonici, le chiese, da cui erano banditi.
Del resto, non li avrebbero nemmeno apprezzati, come avvenne perchè troppo innovativi rispetto ai luoghi comuni dell'iconografia classica.
La sua verà diversità fu proprio questa: non accettare i rigidi canoni imposti dalla controriforma e dal gusto corrente, per scoprire nuove frontiere espressive, realizzate con l'utilizzo dei compagni con cui amava trascorrere il suo tempo nelle taverne, nei lupanari, giocando a pallacorda o cercando avventure picaresche in piazza Navona col suo inseparabile cane barbone, che chiamava
Cornacchia.

Le ragazze: "Annuccia" Anna Bianchini
Le ragazze nella vita di Caravaggio, invece, erano proprio donne di vita.

Annuccia, la dolcissima e sfortunata fulva della Maddalena, del Riposo in Egitto compare quattro volte nei lavori dell'artista.

"Lena" Maddalena Antognetti
"Lena" fece scandalo perchè, notissima per la sua professione, comparve sicuramente in due tele (e probabilmente in una terza) raffigurando la Vergine Maria.

Una sfida che costò cara al pittore che rifiutando l'iconografia classica (rigidamente imposta dal Concilio di Trento), proponeva personaggi meno
divini, ma certamente molto più umani.

Fillide Melandroni
Anche il rapporto con Fillide, mai pienamente chiarito, creò non pochi problemi al pittore.

La bella cortigiana che compare in quattro dipinti fu anche connessa con l'episodio che segnò definitivamente la vita dell'artista, l'assassinio di
Ranuccio Tomassoni .
La svolta definitiva nella vita di Caravaggio venne appunto dall'epilogo della lunga rivalità con Ranuccio Tomassoni, inasprita dal comune interesse per la bella Fillide e da questioni di danaro, che sfociò nella rissa fatale. Caravaggio stava passando davanti alla casa dei Tomassoni in compagnia di amici (la casa si trovava in realtà a un paio di isolati da dove si diceva fosse avvenuto il fatto) quando Ranuccio ne era uscito armato e lo aveva aggredito. I due si erano battuti da soli e il pittore era rimasto ferito. A quel punto il capitano Petronio era intervenuto in suo aiuto e Giovan Francesco Tomassoni era accorso al fianco del fratello. La polizia conferma che, fra i due, esisteva già cattivo sangue. La menzione di una precedente "offesa" fatta a Caravaggio richiama alla mente il misterioso ferimento di sette mesi prima, sul quale il pittore si era ostinatamente rifiutato di dire una parola agli investigatori che lo avevano trovato a letto in casa Ruffetti.

La banda dei Tomassoni era certamente un nemico assai temibile. L'episodio trova un senso alla luce delle loro minacce alla polizia e della loro violenza politica (erano filo spagnoli) per le strade di un anno prima, nonchè dell'episodio minore di due anni innanzi. Inoltre fra l'amico stretto di Caravaggio, Onorio Longhi, e Ranuccio Tomassoni esisteva da anni un'ostilità che rende facilmente dimostrabile l'idea che l'artista venisse minacciato e perseguitato dai Tomassoni.

Giovanni Baglione sembrava anche sapere com'era andata a finire la zuffa. Vari "avvisi" parlavano di una ferita alla "coscia", il che stava per "inguine", ma la precisione di Baglione lasciava chiaramente capire come con quel colpo finale Caravaggio intendesse compiere un gesto che si rivelò fatale: non era un colpo assestato nel corso della lotta, ma un umiliante sfregio d'addio con la punta della spada al membro di Ranuccio steso a terra, un'insultante negazione della tanto vantata virilità del rivale. Il suo stile da "bravo", che negli ultimi tempi si era andato trasformando in una pomposità da hidalgo, era sembrato una sovracompensazione da parte del rampollo più giovane di una famiglia di soldati e di duri, giacchè il ragazzo era troppo giovane per essersi potuto misurare sul campo contro infedeli ed eretici come invece avevano fatto suo padre e i suoi fratelli. Sfortunatamente per lui, e per Caravaggio, il colpo d'addio recise un'arteria, e in breve tempo Tomassoni morì dissanguato. Mentre perdeva coscienza e il sangue gli defluiva dal corpo attraverso il pene, il ruffiano ragazzino, il bullo di strada, il padre bambino, il gangster politico, il figlio cadetto che non aveva potuto dar prova del suo valore, l'aspirante "sgherro" e persecutore del più grande pittore del suo tempo, sentiva di stare morendo da uomo?
La sua morte non fu vista così dalla famiglia e dagli amici che forse, proprio per questo, furono assolutamente implacabili nel chiedere la testa dell'assassino.

Questa volta neanche i suoi potenti protettori avrebbero potuto salvare Caravaggio dal suo destino.


Avventurieri, cardinali, vecchi e giovani
In questa sezione si parla dei modelli che meno frequentemente sono comparsi sulle tele del maestro, ma in qualche modo hanno segnato ugualmente il suo percorso di vita. Soprattutto il cardinal Del Monte, suo protettore e mecenate, che più volte lo trasse fuori dai guai e dalle punizioni della giustizia e Alof de Wignancourt, il gran maestro dell'ordine di Malta , decisivo nell'ultimo capitolo della sua vita.

Ma oltre ai personaggi di spicco, che comparivano per compiacere gli acquirenti, sui suoi quadri il ruolo di primo piano è riservato alla gente del popolo e al rivoluzionario realismo espresso da atmosfere che sembrano studiate ambientazioni teatrali, giocate tra squarci di luce che guidano lo sguardo e le emozioni di chi guarda.


Bibliografia


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Sitografia
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* Prince of darkness: http://www.guardian.co.uk/culture/2005/feb/22/1

* Artcyclopedia: http://www.artcyclopedia.com/artists/caravaggio.html

* Encyclopaedia Britannica: http://www.britannica.com/EBchecked/topic/94587/Caravaggio


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Caravaggio nei suoi dipinti



Consulta anche lo studio sull'uso delle ottiche (in questo caso gli specchi) nelle opere di Caravaggio


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