Cultor College




Fillide Melandroni
(nei dipinti di Caravaggio)



Fillide Melandroni arrivò da Siena, giovanissima, insieme all'amica Anna Bianchini e alle loro famiglie. Subito le due ragazze furono avviate al mestiere più antico del mondo che era anche una tradizione di famiglia.
Bellissima iniziò ben presto a frequentare personaggi importanti come cardinali e il banchiere
Vincenzo Giustiniani, uno dei committenti più importanti di Caravaggio. Fillide avrà un ruolo importante nella vicenda di Caravaggio in quanto legata anche a Ranuccio Tomassoni, l'uomo che il pittore assassinò al campo della pallacorda nel 1606.

La ragazza compare in cinque dipinti:

Ritratto della cortigiana Fillide, 1597,
Marta e Maria Maddalena, 1598,
Santa Caterina d'Alessandria, 1598,
Giuditta e Oloferne, 1599
Natività con i santi Lorenzo e Francesco, 1600

 

Fillide iniziò ben presto ad attirare l'attenzione della polizia. La notte dell'11 febbraio 1599, martedì grasso,"i vicini si lamentarono del chiasso proveniente dalla sua casa, in via Condotti, dove si teneva una grande festa. Vi si erano visti giovani armati, e poiché le armi in casa di una prostituta erano vietate, le autorità fecero un'irruzione. Evidentemente gli ospiti ne avevano avuto sentore, perché, quando arrivarono, i poliziotti trovarono solo Fillide e tre huomini, de' quali uno haveva la spada quale si chiama Ranuccio."
Fillide e Ranuccio furono fermati, l'una in quanto prostituta e l'altro per essere illegalmente armato. Come altri episodi della sua vita, che Ranuccio avesse aspettato insieme a Fillide fa pensare che intrattenesse con la cortigiana rapporti più che occasionali. Non ancora ventenne, egli doveva godere di una qualche influenza, perché fu rilasciato senza neppure essere interrogato. Appartenente a una famiglia di Terni, i Tomassoni, al servizio da qualche generazione della dinastia dei Farnese di Parma, era il più giovane di cinque fratelli, che portavano tutti nomi di duchi Farnese. I servigi resi dalla famiglia alla dinastia parmense erano stati per lo più militari. Due dei fratelli maggiori di Ranuccio, Alessandro e Giovan Francesco, erano da poco tornati a Roma e Fillide Melandroni era in relazione anche con Ranuccio.

I fratelli Tomassoni, ternani, esercitavano una sorta di controllo sulla prostituzione, e probabilmente Caravaggio li ha conosciuti in quell'ambiente. Fillide riesce a elevarsi a un buon livello sociale, anche grazie alle sue relazioni: tanto che poi diventera' educatrice di altre cortigiane. Che l'artista prima avesse conosciuto Fillide girando per bordelli, taverne, piazze e campi di pallacorda, o se prima gli fosse stato chiesto di ritrarla come speciale amica del marchese Giustiniani, conta poco.

"Menicuccia"

La quarta cortigiana che risulta nelle frequentazioni di Caravaggio è "Menicuccia", Domenica Calvi, che pero' non e' chiaramente rintracciabile nei suoi quadri. Un documento segnala il pittore intento a lanciar pietre sotto la sua finestra: "Menicuccia aveva una casa sontuosa e anche lei frequentava personaggi altolocati come il cardinale d' Este".


Ritratto della cortigiana Fillide, 1597 c., Berlino, Kaiser Friedrich Museum, dipinto disperso.
Acquistato dal museo di Berlino dopo la dispersione della collezione Giustiniani, brucia nel rogo, scoppiato per cause ancora poco note, nella torre antiaerea che fungeva da deposito, nel maggio del 1945, quando Berlino era già capitolata. Non è chiaro se l'incendio sia stato solo un pretesto per far sparire il dipinto.




Di questo quadro, quindi, si hanno solo immagini fotografiche.


Questa immagine di Fillide diciassettenne, venne dipinta probabilmente su commissione del banchiere Vincenzo Giustiniani, il suo amante.

Come l'amica Annina e un po' tutti nel gruppo d'amici di Caravaggio, anche Fillide aveva un carattere a dir poco turbolento. Un anno o poco più dopo l'esecuzione del dipinto, sul finire del 1600, un'altra cortigiana, una certa Prudenza Zacchia, riferì alla polizia che, proprio quella sera, Fillide e una ragazza più giovane di lei, una prostituta di nome Prudenza Brunori, nota come Tella, erano penetrate con la forza in casa sua.

La denuncia racconta: "Et la detta Fillide mi è venuta addosso con un coltello per sfregiarmi, et così mi ha tirato alla volta del mostaccio (volto) per sfregiarmi, et io mi son reparata con questa mano manca, che mi ha colto sopra il polso et ferito [ ... ] mi si sono messe addosso tutte due, et mi hanno dato molte botte, che con la punta del cortello mi ha un poco tocco qui alla bocca [ ... ] et così subito che loro hanno visto che mi usciva il sangue, subito se ne sono andate"

Un testimone dichiarò di avere sentito più tardi Fillide gridare da una finestra alla Zacchia, che se ne stava sanguinante sulla porta di casa sua: "Ah, poltrona bagascia, io ti ho ferito nella mano, ma io ti volevo cogliere nel mostaccio, ma ti coglierò un'altra volta"

Entra in scena Ranuccio Tomassoni, l'uomo assassinato da Caravaggio

Il carattere di questa resa dei conti nel quartiere del bordello fu spiegato da un altro testimone, che raccontò come, la mattina di quello stesso giorno, si trovasse a casa di Ranµccio Tomassoni, l'amico di Fillide, e si stesse scaldando al fuoco al piano di sotto mentre, di sopra, Ranuccio era a letto con la querelante, quando era arrivata Fillide, era corsa di sopra e aveva trovato i due insieme. "Ah, poltrona bagascia, qua sei!" aveva gridato. Anche allora la giovane aveva aggredito la rivale con un coltello, ma egli, disse il testimone, l'aveva disarmata, al che Fillide s'era scagliata sulla Zacchia "et li ha strappato molti capelli di testa".

Che si trattasse di uno di quei casi in cui gelosia personale e rivalità professionale erano inestricabilmente intrecciate lo indicava un'altra indagine della polizia di una quindicina di giorni prima. Un cliente di Tella Brunori aveva sporto denuncia contro la futura querelante, Prudenza Zacchia, e sua sorella Caterina, anch'essa prostituta. Le due erano vicine di casa di Tella e sei settimane prima avevano iniziato a minacciare il cliente della rivale dicendogli che l'avrebbero fatto ammazzare dai loro amici. Poi una di loro, mentre lui stava parlando nel vicolo con un gruppo di amici, tra cui il "signor Ranuccio da Temi" gli aveva scagliato addosso dalla finestra del piano di sopra, mirando alla testa, un grosso pezzo di mattone che l'aveva colpito alla gamba destra, causandogli una seria contusione. Uno degli uomini presenti, un "mandatario" del governatore di Roma, aveva dichiarato di avere visto un braccio scagliare un mezzo mattone dalla finestra, ma di non essere riuscito a riconoscere, alla luce della luna, a quale delle sorelle appartenesse. La storia era stata confermata dalla stessa Tella, e anche lei aveva accennato alla presenza di "un certo sigr Ranuccio da Terni". Il martedì seguente, di sera, le due donne avevano scagliato contro il suo cliente un altro pezzo di mattone che per poco non l'aveva colpito in pieno volto. La vittima designata, aveva dichiarato il mandatario del governatore di Roma, se l'era cavata soltanto "perchè si scanzò". Anche questo testimone aveva menzionato "un certo Ranuccio da Terni"

Quando a deporre fu chiamato Ranuccio Tomassoni, tuttavia, venne fuori un'altra versione dei fatti. Stava parlando con Prudenza sulla porta di casa di quest'ultima, raccontò Ranuccio, quando era arrivato il querelante Gaspare, che l'aveva apostrofato dicendo:"Mi meraviglio bene di v.s., signor Ranuccio, che un par vostro stia a parlare con questa poltrona che mi ha impito di male, bugerona, fottuta in colo".
Al che Prudenza aveva ribattuto freddamente:
"Da un par tuo non me posso sperar altro, che se te avessi conosciuto prima che tu eri non mi saria messa con te".

Una trama intricata

A questo punto, secondo Ranuccio, la donna s'era scusata ed era salita al piano superiore, ma dalla strada erano continuati a risuonare contro di lei pesanti insulti e di nuovo l'accusa, stando alla dichiarazione a sostegno di un altro dei presenti, di trasmettere il mal francese e verruche. "Guarda li belli frutti che ho di te!" Allora Prudenza aveva aperto per un attimo la finestra e, secondo la nuova versione dei fatti "li tirò un pezzo di tevola piccolo che non lo colse che era piccolo".

Era chiaro che Ranuccio Tomassoni stava cercando di limitare i danni, di coprire la ragazza con la quale due settimane dopo sarebbe stato trovato a letto e di tenere i poliziotti lontani dalla casa dove lei e la sorella ricevevano i clienti. I poliziotti nuocevano agli affari, e anche parlare ad alta voce di malattie veneree.

In questo senso la posizione di Prudenza migliorò radicalmente fra la metà di novembre e l'inizio di dicembre, mentre le sue rivali Fillide e Tella Brunori passarono dal godersi i benefici di una vittoriosa concorrenza a una furiosa aggressione. Nella sua denuncia Prudenza fu molto reticente sui motivi che potevano avere indotto le due donne ad aggredirla. Gli unici indizi erano la sua presenza, menzionata incidentalmente, nel letto di Ranuccio Tomassoni, e la presenza di quest'ultimo come osservatore casuale e testimone, anch'essa menzionata incidentalmente, nell'episodio precedente: la polizia stava vagliando accuse e controaccuse insieme. Ranuccio Tomassoni era l'uomo che l'anno prima era stato arrestato insieme a Fillide a casa di lei e che, in quel periodo, sembrava avere rapporti di lavoro di qualche genere con parecchie delle più richieste cortigiane di Roma. Dai verbali si direbbe che la polizia e gli altri testimoni lo conoscessero bene, e che tutti lo trattassero con una certa deferenza. Nel quartiere del bordello era apparentemente un'autorità, cosa degna di nota considerando che, sul finire dell' anno che vide fioccare quelle denunce, compiva appena vent'anni. Fillide, di un anno più giovane, nel 1600 ne aveva diciannove.

Un altro incidentale segno che Ranuccio Tomassoni godesse di una certa notorietà locale viene da un rapporto di polizia su una faccenda del tutto diversa. Il verbale, questa volta, riguardava un altro personaggio di dubbia fama nel quartiere, e fu stilato solo tre giorni prima della denuncia contro Prudenza per avere scagliato addosso a un ex cliente mezzo mattone. Onorio Longhi, l'architetto amico di Caravaggio, era stato accusato di avere cercato di penetrare in una casa con la forza di notte. La causa si era trascinata per un paio d'anni, finchè, il 14 novembre, Longhi fu messo a confronto con un testimone che asseriva di avere riconosciuto, nel buio del vicolo, la sua voce. "Come può essere che conoscendome di vista solamente, et non havendo pratica di me che voi me conosciate alla voce di notte?" obiettò l'accusato. E il testimone replicò: "lo vi ho conosciuto alla voce, perchè ho sentito parlare alla Rotonda con il sr Ranuccio, et vistovi giocare al gioco della palla al vicolo de Pantani".

Nessuno gli chiese chi fosse il "sr Ranuccio". Tacciato da Longhi di bugiardo, il testimone insistette dicendo: "lo ve ho sentuto parlare mille volte". Di che cosa Longhi e Ranuccio Tomassoni avessero parlato alla Rotonda nel novembre 1600 non fu rivelato.


Marta e Maria Maddalena, ca. 1598, Olio su tela, 100 cm × 134,5 cm, Detroit, Institute of Arts
In questo quadro Fillide è ritratta con la sua amica e collega Annuccia, con cui era stata arrestata nel 1594.




Ulteriori notizie su questo quadro:


Santa Caterina d'Alessandria 1597, olio su tela, 173 cm × 133 cm, Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza

Anche qui le immagini assumono quasi un carattere premonitore: il dito della santa (Fillide) era posato sulla lunga lama della spada, già arrossata. Il cuscino damascato e lo scuro e ricco abito, con il suo panneggio e le sue finiture virtuosistiche, incorniciavano e sottolineavano il volto disadorno al loro vertice, e la pallida semplicità del collo e delle spalle nella bianca camicetta. Santa Caterina d'Alessandria fu il più sottovalutato dei dipinti di Caravaggio. Bellori lo menzionò insieme al Suonatore di liuto per la nuova profondità del colore nell' opera dell' artista, che, scrisse, iniziava già «ad ingagliardire gli oscuri».

Nel 1599, l'anno stesso della tragedia Cenci (consulta la storia più in basso), ritrasse Fillide per Del Monte nella tela più grande e formale che avesse mai dipinto: un'immagine di Santa Caterina d' Alessandria, incantevole e intrepida giovane nobile schiacciata da un più antico regime. Attorno a lei, gli strumenti di un'imminente terribile morte. Nulla di trascendente emanava dall'aggiunta dell'aureola, dalla palma del martirio o dalla crudele ruota dentata. L' ancora più sinistra e professionale spada, lunga lama fatta per fendere e penetrare, era probabilmente quella che qualche anno prima le autorità avevano trovato addosso al pittore e l' ufficiale addetto alla confisca aveva brevemente descritto nel suo rapporto. Il quadro fu semplicemente il ritratto di giovane donna più bello che l'artista mai dipinse. Fillide era ritratta come santa martire senza labbra socchiuse, seni nudi o raggi di luce celeste. Il suo sguardo franco era più virile di quello di qualunque dei ragazzi dipinti fino ad allora, ma era uno sguardo interrogativo e adombrato da una vulnerabile e profondamente toccante incertezza.


Giuditta e Oloferne, 1599, olio su tela, 145 cm × 195 cm, Roma, Galleria nazionale di arte antica
In questo quadro Caravaggio inserisce per la prima volta il suo volto per raffiguarre la testa tagliata di Oloferne.

E' opinione comune che il pittore abbia dipinto il quadro pensando alla storia di Beatrice Cenci, di cui avrebbe seguito, come tutta Roma, le vicende e il terribile supplizio.



Ulteriori notizie su questo quadro:

La storia di Beatrice Cenci
Nel settembre del 1598 il ricchissimo Francesco Cenci, morì cadendo da un balcone del suo castello, a Petrella Salto, in Abruzzo.

Cenci, padre di Beatrice e di quattro figli maschi, Rocco e Cristoforo, uccisi nel corso di risse, Giacomo e Tommaso, ci viveva con la seconda moglie e la figlia.

Era uomo di «carattere volgare e violento, tirannico, avaro e manesco», con un patrimonio di quasi mezzo milione di scudi, accumulati in gran parte illecitamente dal padre nella qualità di tesoriere pontificio.
Nel 1594, per ottenere la revoca di un'imputazione di sodomia, aveva dovuto pagare 250.000 scu
di. Ai figli non dava un soldo, tanto che avevano fatto appello al papa per un'indennità. Pensava cercassero di ucciderlo e, dal 1595, per evitare che Beatrice si sposasse (per risparmiare la dote), l'aveva confinata con la seconda moglie in quel lontano castello. Le due donne vivevano chiuse a chiave, ricevendo da mangiare attraverso un passa vivande. Beatrice aveva scritto al fratello Giacomo a Roma chiedendo aiuto, ma il padre aveva intercettato la lettera e l'aveva picchiata selvaggiamente, forse violentandola, dopo aver fatto lo stesso col figliastro.


Il delitto

Il castello si trovava in una zona infestata da briganti e Beatrice si era rivolta a loro perché uccidessero il padre. Intermediario era stato l'ex custode del castello, Olimpio Calvetti che l'amava. Il tentativo fallì e, nell'estate del 1598, la giovane riuscì a farsi mandare da Giacomo del veleno, ma il padre aveva iniziato a fare assaggiare prima a lei tutto ciò che mangiava. Allora Beatrice convinse Calvetti e un bracciante del posto a fracassare la testa del padre con un martello mentre dormiva e poi fingere una caduta dalla balconata. Subito dopo i frettolosi funerali l'intera famiglia era tornata a Roma. Ma la gente parlava, quattro preti del luogo fecero delle dichiarazioni e venne aperta un'inchiesta. I Cenci furono messi agli arresti domiciliari. All'inizio del 1599 Giacomo Cenci, con l'aiuto di Marzio Colonna, tentò di allontanare dalla città Calvetti, testimone scomodo, per assassinarlo, ma il tentativo fallì.

Il Processo

I quattro sacerdoti testimoniarono segretamente e il pontefice ordinò un'altra inchiesta. Giacomo Cenci fu arrestato e, qualche settimana dopo, la stessa sorte toccò a Beatrice e alla loro matrigna. Il complice di Calvetti aveva confessato sotto tortura l'omicidio e, prima di morire, li aveva implicati anche se loro insistevano con la storia della caduta accidentale.
Quando Olimpio Calvetti, unico pericolo per i Cenci dopo la morte del complice, ricomparve a Roma, zio Cesare lo pagò perché lasciasse di nuovo la città, e il processo si bloccò. Verso Calvetti, «huomo bello» e di «statura alta», la famiglia nutriva sentimenti complessi. Era l'amante di Beatrice, e questo, dato il suo status inferiore, era inaccettabile per il fratello della giovane, Giacomo, il quale, due mesi dopo, gli fece tendere un agguato da un suo domestico. Ma su Calvetti, ricercato dalla giustizia, c'era una taglia, e, per riscuoterla, il domestico sicario lo decapitò e consegnò la sua testa alle autorità. Fu un terribile errore. Il domestico divenne un testimone contro i Cenci, e così il fratello di Calvetti.


La tortura

Ci volevano, però, delle confessioni. In agosto Clemente VIII autorizzò la tortura per i tre fratelli e la loro matrigna.
Giacomo fu il primo degli imputati ad essere sottoposto a tortura e confessò subito; Bernardo, che all’epoca dei fatti aveva solo dodici anni, rinchiuso a Tordinona, a differenza del fratello maggiore, non solo negò di aver partecipato al delitto, ma cercò di scagionare anche il fratello che lo aveva invece accusato poche ore prima.
Anche per Lucrezia giunse l’ora della tortura, la tenacia con cui respinse le accuse indispettì il nagistrato che ordinò che la donna venisse legata alla corda. L’inquisitore provò ancora una volta a ottenere la confessione della donna prima di ordinare di sollevarla. Lucrezia continuò nel suo ostinato silenzio e allora fu dato il via al sollevamento. Lucrezia era piccola di statura, e dopo alcuni istanti di silenzio cominciò a urlare, a invocare Gesù, implorò di essere rimessa a terra e diede la sua confessione, addossando a Beatrice tutta la responsabilità: «Beatrice ha ordito tutto e nessuno ha saputo sottrarsi alla sua volontà». Bernardo, risparmiato dai tormenti data la giovane età, confermò quanto detto nei precedenti interrogatori.
Nel pomeriggio del 10 agosto, Beatrice fu condotta a Corte Savella, un po’ risollevata perché il celebre giureconsulto Prospero Farinaccio aveva accettato di difenderla. Le si contestarono le accuse rivolte dal Catalano, da Lucrezia, da Giacomo, ma Beatrice mantenne l’atteggiamento sdegnoso mostrato per tutta la durata del processo. Negò di essere stata maltrattata e picchiata dal defunto padre, negò la storia del veleno e negò anche di aver conosciuto Marzio Catalano, nel disperato tentativo di allontanare da sé i sospetti di essere stata spinta ad ordire il parricidio per l’odio che portava nei confronti del padre. Al fine di convincere Beatrice a dire la verità, Giacomo e Bernardo furono ricondotti al cospetto della sorella e qui sollevati con la corda e straziati.
Fu dato ordine che anche Beatrice fosse legata e sollevata: il tempo di recitare un’Avemaria ed ecco che implora i torturatori di calarla giù perché vuole dire la verità. Sa che a nulla serve resistere perché decisive sono state le confessioni degli altri: con mano dolorante sottoscrive la sua confessione.

L'esecuzione
" Ha mostrato così gran cuore in questi suoi travagli, ch'ha fatto stupire ognuno" scrisse l'ambasciatore del duca di Modena. Nonostante le numerose richieste di grazia la condanna a morte fu pronunciata la sera del 10 settembre, ed eseguita il mattino dopo. Bernardo, avendo quindici anni, fu condannato a servire a vita nelle galee dopo avere assistito alla morte dei familiari. Le proprietà confiscate.
Un'immensa folla accompagnò i condannati verso il luogo dell'esecuzione.
Un palco sovraffollato crollò e morirono quattro persone. Dopo una messa a morire per prima fu Lucrezia, la matrigna, che svenne quando non aveva ancora posato la testa sul ceppo. Poi fu la volta di Beatrice, e tutti i testimoni oculari sottolinearono la straordinaria bellezza di quella ragazza di vent'anni e la fierezza della sua «ardita», «salda», «virile» condotta negli ultimi istanti. «Molto arditamente mise il capo sotto il ceppo.» Francesco Vialardi, scrisse che la morì santissimamente, ma protestando e chiamando vendetta a Dio contro il papa.
Giacomo, mentre veniva portato in processione attraverso la città, fu torturato con i ferri roventi, poi bastonato a morte. Infine gli fu tagliata la gola e il suo corpo venne fatto a pezzi sul patibolo. Il giovane Bernardo, costretto a veder morire il fratello, la sorella e la matrigna, svenne ripetutamente. Mentre avveniva tutto ciò, Clemente VIII, poco lontano, celebrava una messa per le anime dei condannati. I corpi decapitati delle donne, e i pezzi di quello di Giacomo, furono esposti fino alle undici di sera, illuminati da torce ardenti.
Quando i beni della famiglia Cenci furono messi all' asta, un mese dopo, il pezzo forte, una grande proprietà a Terranova, nei dintorni di Roma, fu aggiudicata per quattro soldi a Gianfrancesco Aldobrandini, nipote del papa.



La figura di Beatrice Cenci, narrata da grandi scrittori, tra cui Stendhal, e immortalata nel celebre dipinto attribuito a Guido Reni del 1599 (riprodotto qui sopra), ha oltrepassato la storia per entrare a far parte della leggenda.



Statua di Beatrice Cenci di Harriet Goodhue Hosmer, 1857



La storia terribile di Beatrice ha ispirato ben 8 opere musicali, 13 letterarie e 7 lavori cinematografici tra il 1909 e il 1969 oltre a una parte importante nel film “Caravaggio” di Angelo Longoni (2007) dove la sua condanna a morte influenza molto la vita del protagonista.



L'arma usata per l'esecuzione di Beatrice Cenci e della sua famiglia, conservata in un museo romano



I soldi non aiutarono, anzi.

In questo caso la grande ricchezza dei protagonisti non li aiutò a salvarsi, anzì fu la causa della loro eliminazione.

Per Roma iniziarono a diffondersi voci sfrenate e contraddittorie, specie riguardo a Beatrice, che non aveva ancora vent'anni e, nelle parole di un «avviso», era «bellissima» e «così ben salda sul dir suo che si conosce la sua innocenza». Clemente VIII era sospettato di portare avanti il caso «per cavar denari [ ... ] da quella opulenta eredità che altre volte ha dato de' buoni utili alla camera». L'ambasciatore veneziano disse che la condanna a morte dei Cenci, «cascando al fisco la loro facultà», avrebbe fruttato alla camera apostolica «il valsente di più di cinque cento mille scudi».
Cesare Cenci, zio di Beatrice e dei suoi fratelli, inoltrò in marzo a Ferdinando I una supplica urgente in cui, dopo avergli ricordato i servigi a lungo resi dai Cenci ai Medici, e avere dichiarato che essi erano ancora «prontissimi in ogni occasione spendere la vita et quanto havemo per servitio della casa sua», implorava il granduca «a volerli [i suoi nipoti] protegere per il giusto». Ferdinando diede istruzione a Del Monte di adoperarsi «in loro favore in quanto sarà bisogno».

Quindi il protettore e ospite di Caravaggio era direttamente coinvolto nella vicenda.


Natività con i santi Lorenzo e Francesco

Secondo gli ultimi studi e scoperte di documenti, è possibile collocare tale quadro all'interno dell'attività romana di Caravaggio.

L'opera è infatti quella richiesta il 5 aprile 1600 dal mercante senese Fabio Nuti, attraverso un contratto noto da tempo, in cui venivano indicate le misure ma non il soggetto specifico da raffigurare.

Il quadro fu dipinto per l'oratorio di San Lorenzo (raffigurato in piedi sulla sinistra), luogo dove aveva sede la Compagnia di San Francesco (santo anche questo rappresentato nel quadro a mani giunte e con il cordone ben in vista). Quindi, da Roma venne spedito a Palermo.

Guardando ai modelli utilizzati, la somiglianza in particolare tra la Vergine e la Giuditta di Palazzo Barberini dipinta l'anno precedente, è sorprendente, quasi fotografica, a parte una diversa espressività imposta da situazioni e sentimenti completamente differenti.

Il quadro è stato purtroppo trafugato tra il 17 e il 18 ottobre 1969, e oggi appare nella lista mondiale FBI delle dieci più importanti opere d'arte rubate.

Natività con i santi Lorenzo e Francesco 1600, olio su tela, 268 cm × 197 cm, già Palermo, Oratorio di San Lorenzo

Nel 1612 Fillide fu costretta a lasciare per un po' Roma dalla famiglia di Giulio Strozzi, un avvocato apostolico, suo nuovo amante. Secondo loro la ragazza esercitava una cattiva influenza sul loro familiare. Ma due anni dopo era di nuovo in città, nell'ottobre 1614 fece testamento, lasciando il ritratto che le aveva dipinto Caravaggio a Strozzi.
Fillide morì nel 1618, a trentasette anni, e non essendo in ordine con la Chiesa, le fu negata una sepoltura cristiana.


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