Cultor CollegeFillide Melandroni
(nei dipinti di Caravaggio)

Fillide Melandroni arrivò da Siena, giovanissima, insieme all'amica Anna Bianchini e alle loro famiglie. Subito le due ragazze furono avviate al mestiere più antico del mondo che era anche una tradizione di famiglia.
Bellissima iniziò ben presto a frequentare personaggi importanti come cardinali e il banchiere Vincenzo Giustiniani, uno dei committenti più importanti di Caravaggio. Fillide avrà un ruolo importante nella vicenda di Caravaggio in quanto legata anche a Ranuccio Tomassoni, l'uomo che il pittore assassinò al campo della pallacorda nel 1606.
La ragazza compare in quattro dipinti:
Ritratto della cortigiana Fillide, 1597,
Marta e Maria Maddalena, 1598,
Santa Caterina d'Alessandria, 1598,
Giuditta e Oloferne, 1599
Fillide iniziò ben presto ad attirare l'attenzione della polizia. La notte dell'11 febbraio 1599, martedì grasso,"i vicini si lamentarono del chiasso proveniente dalla sua casa, in via Condotti, dove si teneva una grande festa. Vi si erano visti giovani armati, e poiché le armi in casa di una prostituta erano vietate, le autorità fecero un'irruzione. Evidentemente gli ospiti ne avevano avuto sentore, perché, quando arrivarono, i poliziotti trovarono solo Fillide e tre huomini, de' quali uno haveva la spada quale si chiama Ranuccio."
Fillide e Ranuccio furono fermati, l'una in quanto prostituta e l'altro per essere illegalmente armato. Come altri episodi della sua vita, che Ranuccio avesse aspettato insieme a Fillide fa pensare che intrattenesse con la cortigiana rapporti più che occasionali. Non ancora ventenne, egli doveva godere di una qualche influenza, perché fu rilasciato senza neppure essere interrogato. Appartenente a una famiglia di Terni, i Tomassoni, al servizio da qualche generazione della dinastia dei Farnese di Parma, era il più giovane di cinque fratelli, che portavano tutti nomi di duchi Farnese. I servigi resi dalla famiglia alla dinastia parmense erano stati per lo più militari. Due dei fratelli maggiori di Ranuccio, Alessandro e Giovan Francesco, erano da poco tornati a Roma e Fillide Melandroni era in relazione anche con Ranuccio.
I fratelli Tomassoni, ternani, esercitavano una sorta di controllo sulla prostituzione, e probabilmente Caravaggio li ha conosciuti in quell'ambiente. Fillide riesce a elevarsi a un buon livello sociale, anche grazie alle sue relazioni: tanto che poi diventera' educatrice di altre cortigiane. Che l'artista prima avesse conosciuto Fillide girando per bordelli, taverne, piazze e campi di pallacorda, o se prima gli fosse stato chiesto di ritrarla come speciale amica del marchese Giustiniani, conta poco.
"Menicuccia"
La quarta cortigiana che risulta nelle frequentazioni di Caravaggio è "Menicuccia", Domenica Calvi, che pero' non e' chiaramente rintracciabile nei suoi quadri. Un documento segnala il pittore intento a lanciar pietre sotto la sua finestra: "Menicuccia aveva una casa sontuosa e anche lei frequentava personaggi altolocati come il cardinale d' Este".
Acquistato dal museo di Berlino dopo la dispersione della collezione Giustiniani, brucia nel rogo, scoppiato per cause ancora poco note, nella torre antiaerea che fungeva da deposito, nel maggio del 1945, quando Berlino era già capitolata. Non è chiaro se l'incendio sia stato solo un pretesto per far sparire il dipinto.Di questo quadro, quindi, si hanno solo immagini fotografiche.
Questa immagine di Fillide diciassettenne, venne dipinta probabilmente su commissione del banchiere Vincenzo Giustiniani, il suo amante.

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Come l'amica Annina e un po' tutti nel gruppo d'amici di Caravaggio, anche Fillide aveva un carattere a dir poco turbolento. Un anno o poco più dopo l'esecuzione del dipinto, sul finire del 1600, un'altra cortigiana, una certa Prudenza Zacchia, riferì alla polizia che, proprio quella sera, Fillide e una ragazza più giovane di lei, una prostituta di nome Prudenza Brunori, nota come Tella, erano penetrate con la forza in casa sua. |
In questo quadro Fillide è ritratta con la sua amica e collega Annuccia, con cui era stata arrestata nel 1594.

Anche qui le immagini assumono quasi un carattere premonitore: il dito della santa (Fillide) era posato sulla lunga lama della spada, già arrossata. Il cuscino damascato e lo scuro e ricco abito, con il suo panneggio e le sue finiture virtuosistiche, incorniciavano e sottolineavano il volto disadorno al loro vertice, e la pallida semplicità del collo e delle spalle nella bianca camicetta. Santa Caterina d'Alessandria fu il più sottovalutato dei dipinti di Caravaggio. Bellori lo menzionò insieme al Suonatore di liuto per la nuova profondità del colore nell' opera dell' artista, che, scrisse, iniziava già «ad ingagliardire gli oscuri».

Nel 1599, l'anno stesso della tragedia Cenci (consulta la storia più in basso), ritrasse Fillide per Del Monte nella tela più grande e formale che avesse mai dipinto: un'immagine di Santa Caterina d' Alessandria, incantevole e intrepida giovane nobile schiacciata da un più antico regime. Attorno a lei, gli strumenti di un'imminente terribile morte. Nulla di trascendente emanava dall'aggiunta dell'aureola, dalla palma del martirio o dalla crudele ruota dentata. L' ancora più sinistra e professionale spada, lunga lama fatta per fendere e penetrare, era probabilmente quella che qualche anno prima le autorità avevano trovato addosso al pittore e l' ufficiale addetto alla confisca aveva brevemente descritto nel suo rapporto. Il quadro fu semplicemente il ritratto di giovane donna più bello che l'artista mai dipinse. Fillide era ritratta come santa martire senza labbra socchiuse, seni nudi o raggi di luce celeste. Il suo sguardo franco era più virile di quello di qualunque dei ragazzi dipinti fino ad allora, ma era uno sguardo interrogativo e adombrato da una vulnerabile e profondamente toccante incertezza.
In questo quadro Caravaggio inserisce per la prima volta il suo volto per raffiguarre la testa tagliata di Oloferne.
E' opinione comune che il pittore abbia dipinto il quadro pensando alla storia di Beatrice Cenci, di cui avrebbe seguito, come tutta Roma, le vicende e il terribile supplizio.

| La storia di Beatrice Cenci Nel settembre del 1598 il ricchissimo Francesco Cenci, morì cadendo da un balcone del suo castello, a Petrella Salto, in Abruzzo. Cenci, padre di Beatrice e di quattro figli maschi, Rocco e Cristoforo, uccisi nel corso di risse, Giacomo e Tommaso, ci viveva con la seconda moglie e la figlia. Era uomo di «carattere volgare e violento, tirannico, avaro e manesco», con un patrimonio di quasi mezzo milione di scudi, accumulati in gran parte illecitamente dal padre nella qualità di tesoriere pontificio.
Il castello si trovava in una zona infestata da briganti e Beatrice si era rivolta a loro perché uccidessero il padre. Intermediario era stato l'ex custode del castello, Olimpio Calvetti che l'amava. Il tentativo fallì e, nell'estate del 1598, la giovane riuscì a farsi mandare da Giacomo del veleno, ma il padre aveva iniziato a fare assaggiare prima a lei tutto ciò che mangiava. Allora Beatrice convinse Calvetti e un bracciante del posto a fracassare la testa del padre con un martello mentre dormiva e poi fingere una caduta dalla balconata. Subito dopo i frettolosi funerali l'intera famiglia era tornata a Roma. Ma la gente parlava, quattro preti del luogo fecero delle dichiarazioni e venne aperta un'inchiesta. I Cenci furono messi agli arresti domiciliari. All'inizio del 1599 Giacomo Cenci, con l'aiuto di Marzio Colonna, tentò di allontanare dalla città Calvetti, testimone scomodo, per assassinarlo, ma il tentativo fallì. Il Processo I quattro sacerdoti testimoniarono segretamente e il pontefice ordinò un'altra inchiesta. Giacomo Cenci fu arrestato e, qualche settimana dopo, la stessa sorte toccò a Beatrice e alla loro matrigna. Il complice di Calvetti aveva confessato sotto tortura l'omicidio e, prima di morire, li aveva implicati anche se loro insistevano con la storia della caduta accidentale. La tortura Ci volevano, però, delle confessioni. In agosto Clemente VIII autorizzò la tortura per i tre fratelli e la loro matrigna. L'esecuzione |
![]() La figura di Beatrice Cenci, narrata da grandi scrittori, tra cui Stendhal, e immortalata nel celebre dipinto attribuito a Guido Reni del 1599 (riprodotto qui sopra), ha oltrepassato la storia per entrare a far parte della leggenda.
Statua di Beatrice Cenci di Harriet Goodhue Hosmer, 1857
L'arma usata per l'esecuzione di Beatrice Cenci e della sua famiglia, conservata in un museo romano
I soldi non aiutarono, anzi. In questo caso la grande ricchezza dei protagonisti non li aiutò a salvarsi, anzì fu la causa della loro eliminazione. Per Roma iniziarono a diffondersi voci sfrenate e contraddittorie, specie riguardo a Beatrice, che non aveva ancora vent'anni e, nelle parole di un «avviso», era «bellissima» e «così ben salda sul dir suo che si conosce la sua innocenza». Clemente VIII era sospettato di portare avanti il caso «per cavar denari [ ... ] da quella opulenta eredità che altre volte ha dato de' buoni utili alla camera». L'ambasciatore veneziano disse che la condanna a morte dei Cenci, «cascando al fisco la loro facultà», avrebbe fruttato alla camera apostolica «il valsente di più di cinque cento mille scudi». Quindi il protettore e ospite di Caravaggio era direttamente coinvolto nella vicenda. |
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Nel 1612 Fillide fu costretta a lasciare per un po' Roma dalla famiglia di Giulio Strozzi, un avvocato apostolico, suo nuovo amante. Secondo loro la ragazza esercitava una cattiva influenza sul loro familiare. Ma due anni dopo era di nuovo in città, nell'ottobre 1614 fece testamento, lasciando il ritratto che le aveva dipinto Caravaggio a Strozzi. |
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