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Caravaggio nei suoi dipinti

(i suoi autoriratti)


Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, firmò un solo quadro, in compenso ritrasse il suo volto ben undici volte all'interno dei suoi lavori:

Bacchino malato, 1593,
Concerto, 1595,
Martirio di San Matteo, 1599 c.
Giuditta e Oloferne, 1599
Cattura di Cristo, 1602,
Davide e Golia, 1606,
Davide con la testa di Golia, 1607
Salomè con la testa del Battista, 1607,
Decollazione di San Giovanni Battista, 1608,
Salomè con la testa di S.Giovanni Battista c.1609
Davide con la testa di Golia, 1610,

Caravaggio, visto da Etienne Baudet.
Caravaggio, ritratto da
Ottavio Leoni nel 1621

Bacchino malato, 1593, olio su tela, 67 cm × 53 cm, Roma, Galleria Borghese.

Il nome del quadro è dovuto al colorito della pelle del soggetto. Caravaggio eseguì il dipinto osservandosi allo specchio. Anche qui le interpretazioni divergono: secondo alcuni col pallore del volto e il colore bluastro delle labbra ha raffigurato la malattia.
Lo studioso
Maurizio Marini, invece, sostiene che il quadro non rappresenti una condizione di malattia: la tonalità verdastra dell'immagine sarebbe, infatti, dovuta a un'errata procedura di restauro avvenuta in passato.

Confronta questo volto con quello del Concerto:

In questo periodo il pittore è in ristrettezze economiche, non può permettersi un modello, quindi usa se stesso.

Il quadro, fu quasi sicuramente realizzato presso la bottega di Giuseppe Cesari, noto come Cavalier d'Arpino, pittore alla moda in quel periodo. Insieme al "Fanciullo con canestro di frutta" rimarrà nel suo laboratorio fino al 1607, quando con un pretesto i due quadri verrano requisiti dagli emissari di Papa Paolo V e consegnati al nipote del papa stesso Scipione Caffarelli-Borghese, noto collezionista e mercante d'arte dell'epoca, e quindi alla futura Galleria Borghese.

Ancora poco autonomo, il Merisi, si vede costretto a lavorare per artisti piuttosto noti al tempo, come Antiveduto Grammatica, Lorenzo Siciliano o il Cavalier d'Arpino, realizzando soggetti floreali, nature morte o soggetti religiosi.
In questi anni "fu assalito da una grave malatia che, trovandolo senza denari, fu necessitato andarsene allo Spedal della Consolazione" (Baglione). Altri parlano, invece, del calcio di un cavallo.


Concerto, 1595, olio su tela, 87,9 cm × 115,9 cm,New York, Metropolitan Museum of Art

In questo quadro Caravaggio si inserisce nella composizione (lo vediamo ingrandito nell'immagine a destra) sullo sfondo, con volto da ragazzino.



Per i giovinetti intorno a lui il pittore ha usato per due volte lo stesso modello, l'amico Mario Minniti.

Altri approfondimenti su questo quadro:


Martirio di San Matteo, 1599 c., olio su tela, 323 cm × 343 cm, Roma, San Luigi dei Francesi

Caravaggio compare qui sullo sfondo (cerchiato in giallo ed ingrandito nell'immagine a destra), ritratto come una spettatore casuale del fatto.



Cerchiato in rosso il volto che raffigura Mario, mentre il modello per il santo a terra (cerchiato in verde) è il vecchio con la barba che compare in diversi dipinti del Merisi.

Altri approfondimenti su questo quadro:


Una vita in fuga

Durante il suo soggiorno a Palazzo Madama (iniziato nel 1595) dimora del cardinal Del Monte, il Merisi si rese protagonista di varie bravate. Il 28 novembre del 1600, malmenò e percosse con un bastone Girolamo Stampa da Montepulciano, un nobile che si trovava come ospite del prelato: fu denunciato. In seguito risse, violenze e schiamazzi aumentarono e spesso il pittore venne arrestato e condotto alle carceri di Tor di Nona.
Il Bellori, uno dei suoi primi biografi (e come vedremo suo nemico giurato) sostiene che, intorno al 1590-92, Caravaggio avesse già commesso un assassinio, a causa del quale era fuggito da Milano per Venezia (dove studiò la pittura locale, in particolar modo Giorgione) e poi Roma.

Un documento testimonia uno scontro con il pittore Tommaso "Mao" Salini: si trova con tre amici, incrocia il Salini e lo aggredisce alle spalle con la spada cercando di colpirlo in testa. Quando il Salini lo querela dichiara che Caravaggio e' solito fare cose del genere. Questo scontro avviene nel momento di maggiore successo del Caravaggio, nel 1601, quando ha gia' dipinto i quadri per San Luigi dei Francesi e stanno per essere esposti quelli della Cappella Cerasi e di Santa Maria del Popolo. Caravaggio non rispetta le regole dell'onore perche' non ritiene l'avversario degno di essere affrontato a viso aperto.
Nel 1603 fu processato per la diffamazione di un altro pittore, Giovanni Baglione, che querelò Caravaggio e i suoi seguaci Orazio Gentileschi e Onorio Longhi. Merisi, condannato al processo, venne liberato e trasferito agli arresti domiciliari, seppur per poco (in precedenza, aveva scontato già un mese a Tor di Nona).

Due anni dopo ancora il Salini riferisce a Giovanni Baglione di alcune poesie sconce (i testi originali sono qui a destra) che lo mettono alla berlina: dopo averle ascoltate nello studio di un altro pittore, le impara a memoria, le scrive e le riporta al Baglione che, dopo un po', denuncia Caravaggio, Onorio Longhi, Orazio Gentileschi e Filippo Trisegni per diffamazione.

I termini in cui espose le sue ragioni di fronte al governatore Roma, il 28 agosto, non lasciavano dubbi sul fatto che il problema era di rivalità professionale riguardo a una grande commissione dei gesuiti per dipingere la Risurrezione. Caravaggio, disse Baglione, avrebbe voluto accaparrarsela. Incurante di mettersi ulteriormente in ridicolo, Baglione allegò alla sua deposizione i due poemetti manoscritti (riportati qui a destra).

Lo stesso giorno la corte raccolse la deposizione di Mao Salini, che fece tutti i nomi: "In part[icola]re li haveva dati a un certo Mario, parimente pittore, che sta sul Corso".
Si trattava di Mario Minniti. Poi Salini disse che Trisegni aveva avuto i sonetti "da una bardassa di essi Honori et Micalangelo chiamato Gio[vann]i Battista che habita dietro a Banchi".

Questa precisazione non portò a niente, perché Caravaggio negò recisamente di conoscere un qualsivoglia «giovane» rispondente a quel nome e abitante in quel quartiere. Ma probabilmente si trattava di Cecco Boneri. Difficilmente Salini l'avrebbe menzionato se non fosse stato almeno plausibile, e il fatto che avesse aggiunto nome e indirizzo fa pensare che sperasse addirittura di trascinarlo in tribunale a testimoniare.

Il verbale della denuncia di Mao Salini dopo l'aggressione di Caravaggio:

"Venutemi dietro et avvecenatosi il detto Michel Angelo con la spada che portava me tirò un colpo dalla banda de dietro, et me colse in un braccio ed essendomi revoltato, et messomi in difesa il detto Michel Angelo me tel'l molti altri colpi in modo che se non fossero corsi li vicini, et così sentito il rumore facilmente sarei ·potuto dal detto restar ferito et forse morto havendomi de più ingiuriato, et dinne becco fottuto, et altre parole ingiuriose".


Tra i pittori romani circolavano due poesie scurrili che irridevano, insultandolo pesantemente, Giovanni Baglione (definito "Gian Coglione"). Il Salini ne venne in possesso, le fece vedere all'interessato che sporse querela.

Gian Coglione senza dubio dir si puole
quel ch[e] biasimar si mette altrui  
ch[e] può cento anni esser mastro di lui.
Nella pittura intendo la mia prole poi ch[e] pittor si voI chiamar colui
ch[e] no[n] può star p[er] macinar con lui.
I color no[n] ha mastro nel numero
si sfaciatamente nominar si vole
si sa pur il proverbio ch[ e] si dice
ch[e] chi lodar si voi e si maledice.
lo no[n] son uso lavarmi [?] la bocca
né meno di inalzar quel ch[e] no[n] merta come fa l'idol suo ch[e] è cosa certa.
Se io metterme volessi a ragionar delle s ... re fatte da questui
no[n] bastarian intieri un mese o dui.
Vieni un po' qua tu ch're] vò biasimare l'altrui pitture et sai pur ch[e] le tue
si stano in casa tua a' chiodi ancora vergogna[n]doti tu mostrarle fuora.
Infatti i' vo' l'impresa aba[n]donare ch[e] sento ch[e] mi abonda tal materia massime s'intrassi n[e] la catena
d'oro ch[e] al collo indegname[n]te porta
ch[e] credo certo [meglio] se io non erro a piè gle ne staria una di ferro.
Di tutto quel che ha detto con passione per certo gli è p[er]chè credo beuto avesse certo come è douto
altrime[n]te ei saria un becco fotuto.


Questa seconda poesia, che, a furia di essere mandata a memoria, ricostruita, copiata e ricopiata nella zona di piazza Navona e Campo Marzio, perse forse parte dei suoi più sottili effetti, apostrofava Baglione come «Gioan Bagaglia» prendendo di mira in termini ancora più perfidamente osceni la moglie dello stesso Salini:

Gioan Bagaglia tu no[n] sai un ah Le tue pitture sono pituresse
volo vedere con esse
ch[ e] non guadagnarai
mai una patacca
ch[ e] di cotanto panno
da farti un paro di bragasse ch[ e] ad ognun mostrarai quel ch[ e] fa la cacca portela adunque
i tuoi disegni e cartoni
ch[e] tu ài fatto a Andrea pizzicarolo
veramente forbetene il culo
alla moglie di Mao turegli la potta
ch[e] libelli con quel suo cazzon da mulo più non la fotte perdonami dipintore se io non ti adulo
ch[ e] della collana ch[ e] tu porti indegni sei et della pittura vituperio.


Giuditta e Oloferne, 1599, olio su tela, 145 cm × 195 cm, Roma, Galleria nazionale di arte antica

In questo quadro Caravaggio rappresenta l'episodio biblico della decapitazione del condottiero assiro Oloferne da parte della vedova ebrea Giuditta, per salvare il suo popolo dalla dominazione straniera.


Nel ruolo di Giuditta venne raffigurata la cortigiana Fillide Melandroni, amica dell'artista.

Si dice che Caravaggio abbia dipinto il quadro pensando alla storia di Beatrice Cenci, che, insieme alla madre e al fratello, uccisero il padre padrone, dopo averlo addormentato con l'oppio.

Anticipa, quasi come una premonizione, la serie di teste mozzate raffiguranti il volto del pittore, successive alla sua condanna del 1606

Altri approfondimenti su questo quadro:


Cattura di Cristo, 1602, olio su tela, 133,5 cm x 169,5 cm, Dublino, National Gallery of Ireland

La storia della scoperta di questo quadro, effettuata nel 1990 da Sergio Benedetti e della sua attribuzione a Caravaggio è narrata da Jonathan Harr in un recente libro dal significativo titolo "Il Caravaggio perduto".

Di proprietà della comunità gesuita di Dublino, è in prestito alla National Gallery of Ireland di Dublino.

Il personaggio in alto a destra (ingrandito qui a fiano), con la lanterna, ha le sembianze di Caravaggio


Tra il maggio e l'ottobre del 1604 il pittore fu arrestato varie volte per possesso d'armi abusivo e ingiurie alle guardie cittadine; inoltre, fu querelato da un garzone d'osteria per avergli tirato in faccia un piatto di carciofi.
Nel 1605 fu costretto a scappare a Genova per circa tre settimane, dopo aver ferito gravemente un notaio, Mariano Pasqualone, a causa di una donna: Lena. L'intervento dei protettori dell'artista riuscì anche questa volta ad insabbiare l'accaduto anche se, al ritorno a Roma, il pittore venne querelato da Prudenzia Bruni, sua padrona di casa, per non aver pagato l'affitto ed aver praticato un buco nel soffitto. Per ripicca, Merisi prese nottetempo a sassate la sua finestra, finendo nuovamente querelato. Nel novembre dello stesso anno, il pittore risulta degente per una ferita, che dice di essersi procurato da solo, cadendo sulla propria spada.

Rientrato a Roma il 29 maggio 1606, uccide in una zuffa al Campo Marzio il suo avversario al giuoco della pallacorda, Ranuccio Tommasoni . La condanna fu severissima: Caravaggio venne condannato alla decapitazione, che poteva esser eseguita da chiunque lo avesse riconosciuto per la strada, riscuotendone poi la taglia. Nei suoi dipinti cominciano a comparire ossessivamente personaggi giustiziati con la testa mozzata, la sua.
Rimanere a Roma non era più possibile: Caravaggio fuggì aiutato dal principe Filippo Colonna (che secondo alcuni partecipò alla rissa) che gli offrì asilo.
Alla fine del 1606 Caravaggio giunse a Napoli, dove rimase per circa un anno e dove visse un periodo prolifico.


Chi era Ranuccio Tomassoni?


Il giovane che Caravaggio uccide secondo alcuni era un esponente della mafia ternana. Ma la mafia non c'entra. I Tomassoni creavano solidarieta' e nepotismo, attorno a loro si raccoglievano molti famigli e conterranei. Erano una societa' di mutua assistenza e protezione. L' assassinio di Ranuccio avviene in un giorno in cui le fazioni filospagnola, vicina al Papa, e filofrancese erano particolarmente agguerrite. La giornata dell' incidente viene descritta dai documenti come una giornata di feste pubbliche e di contrasti politici e sociali: Paolo V era stato eletto esattamente un anno prima, e si festeggia l' anniversario. A Roma aveva ripreso forza la fazione spagnola, in seguito all'interdetto di Venezia.

Le due fazioni
filo francesi filo spagnoli
oratoriani gesuiti
Del Monte Farnese
Colonna papa Paolo V
"clan" Caravaggio "clan" Tomassoni
Aldobandini Borghese

Quindi, ragioni politiche? Paolo V aveva lanciato l' interdetto alla Serenissima, intenzionata a processare per omicidio due ecclesiastici anziche' consegnarli al tribunale romano. La decisione aveva causato a Roma uno stato di tensione e di lacerazione. Sta di fatto che nello scontro tra Ranuccio e Caravaggio si trovarono di fronte due fazioni opposte. Non e' vero che nacque da una lite legata al gioco della pallacorda, fu solo un pretesto. Molti pensano che i due gruppi, che avevano arruolato dei rinforzi per l'occasione, si incontrarono con l'intenzione di duellare, e per questo scelsero quel luogo appartato: fu un duello a viso aperto, non certo fortuito.

Uno sfregio terribile

La relazione del chirurgo barbiere, fatta la sera che Tomassoni morì, è stato riesaminata da esperti. Monsignor Sandro Corradini, un altro storico che ha consultato gli archivi del Vaticano, ha scritto che Tomassoni morì dissanguato, attraverso l'arteria femorale, per la ferita all'inguine. Dopo essere stato atterrato durante il duello, Corradini pensa che Caravaggio abbia inchiodato a terra Tomassoni con la sua spada e poi abbia fatto un tentativo maldestro di castrarlo.


La Galleria degli orrori

Dopo la condanna a morte, che chiunque aveva il diritto di attuare (ricavandone anche una taglia), la fuga del pittore dovette rendergli la vita angosciante, scorgendo pericoli, nemici ed insidie dietro ogni angolo.

Per ben sei volte (immagini qui sotto) ritrarrà il suo volto in una testa tagliata, sia quella della lotta tra Davide (che sarà sempre impersonato da Cecco) e Golia, quella di Salomè con la testa del Battista o della decollazione di San Giovanni (unico dipinto che firmò, utilizzando il suo stesso sangue).

Davide e Golia, 1606, olio su tela (cm. 110x91), Madrid, museo del Prado

Davide con la testa di Golia, 1607, 2°vers., Vienna, Kunsthistorisches museum

Salomè con la testa del Battista, 1607, olio su tela, 91 cm × 106 cm, Londra, National Gallery.

Decollazione di San Giovanni Battista, 1608, olio su tela, 361 cm × 520 cm, La Valletta, Concattedrale di San Giovanni. Cerchiata in giallo la testa di Caravaggio, in verde quella del vecchio che a più riprese compare nelle sue tele.

Salomè con la testa di S.Giovanni Battista c.1609 olio su tela. Madrid, pal. reale.

Davide con la testa di Golia, 1610, Roma, Galleria Borghese. (vedi sotto)


Dopo Napoli il pittore riparò a Malta dove questo quadro fu commissionato dalla Compagnia della Misericordia.

L'imperterrito carceriere (cerchiato in verde) secondo alcuni ha le fattezze di
Philippe de Wignacourt, fratello di Alof, Gran Maestro dell'Ordine dei Cavalieri di Malta. Secondo altri è lo stesso Alof, uomo chiave nel tragico epilogo della vita del pittore.


Essendo stato nominato Cavaliere di Grazia poco prima dell'esecuzione del dipinto, Caravaggio lo firmò col sangue che schizza dalla testa del Santo, come "F(rà) Michelangelo" (ma l'ultima parte della firma è illegibile a causa di una caduta di colore).

Quando il pittore fuggì dall'isola poco dopo, la bolla con cui veniva radiato dall'ordine fu letta proprio davanti a questo quadro.




Davide con la testa di Golia, 1610, Roma, Galleria Borghese

Il volto terribile del Caravaggio nei panni di Golia. L'immagine, di estremo realismo e drammaticità, con i denti rovinati e, sulla fronte, lo sfregio rimediato nel recente agguato di Napoli, sembra preannunciare la fine imminente.

Come nelle altre raffigurazioni di Davide e Golia, il modello per il giovane è Cecco Boneri.

Altri approfondimenti su questo quadro:


L'ultimo disperato tentativo

Gli amici pittori, a Roma, effettuarono un ultimo disperato tentativo di salvare Caravaggio. L'Accademia di San Luca aveva, ogni anno, per editto papale, il privilegio di annullare una condanna. Così tentarono di assumerne il controllo, per questo cercarono di assassinare Giovanni Baglione (lo stesso dei sonetti infamanti, delle querele e delle aggressioni esaminate più sopra), il presidente in carica, grande nemico del Merisi, che mai avrebbe acconsentito alla grazia. Ma anche questo tentativo fallì.

Giovanni Baglione: ritratto, con i simboli della vanità, del pittore fiammingo David Bailly.


Qui a fianco l'atto di morte del Caravaggio:

"A li 18 luglio 1609 nel'ospitale di S. Maria Ausiliatrice morse [= morì] Michel angelo Merisi da Caravaggio, dipintore, per malattia"


L'omaggio di Rubens

Anche Pieter Paul Rubens volle rendere omaggio a Caravaggio inserendo il suo volto (anche in questo caso una testa mozzata) nel suo quadro:
“Il festino di Erode”, Peter Paul Rubens, National Gallery of Scotland, Edinburgh, 1633.


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