Storia della Stampa

- Dalle origini della carta fino al '500
- il Seicento
- il Settecento
- l'Ottocento

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Dalle origini della carta fino al '500

 

Il papiro

Uno dei primi supporti per la scrittura, che precedettero la carta, fu il papiro. Questo veniva ottenuto già verso il 3500 a.C. in Egitto, incrociando le strisce ricavate dal fusto della omonima pianta, che cresce lungo le rive del Nilo. Le sostanze collanti della pianta servivano a tenere insieme il tutto. Sul papiro si poteva scrivere da una parte sola ed i fogli si avvolgevano su una bacchetta di legno. Da qui la parola volume derivata dal latino volvere.

La pergamena

Nel 170 a.C. fu realizzata a Pergamo, città dell'Asia Minore, la pergamena, pelli di animali trattate e conciate. I fogli di pergamena presentavano il vantaggio di poter ricevere la scrittura da entrambi i lati e quindi di venire tagliati e riuniti per formare un codice. La pergamena era più costosa del papiro e per questa ragione non poté mai sostituirlo. Mentre di papiro ai nostri giorni non si parla più, la pergamena viene usata anche attualmente ed è destinata alla scrittura di documenti che si intendono tramandare attraverso i tempi.

La carta

La carta venne realizzata in Cina verso il 105 d.C. da T'sai Lun, dignitario del Celeste Impero, che riuscì ad ottenere fogli lisci e sottili da uno speciale impasto di fibre ricavate dal gelso e dal bambù. T'sai Lun osservò il formarsi di un sottile strato di piccole fibre sul pelo dell'acqua dopo il lavaggio di stracci particolarmente logori da parte delle donne cinesi al fiume. Raccolse lo strato che si era formato in un'ansa del fiume ai suoi piedi e lo mise ad asciugare al sole. Ben presto l'impasto raccolto divenne consistente e bianco: T'sai Lun ebbe l'idea di scriverci e...

Solo verso il 750 d.C. la fabbricazione della carta arrivò in Occidente in seguito ad una guerra fra cinesi ed arabi: questi ultimi presero fra i prigionieri dei cinesi fabbricanti di carta. Verso il 1000 la produzione della carta si affacciò in Egitto e con essa scomparve ben presto la produzione del papiro.

In Italia la carta apparve nel XII secolo e incontrò una rapida fortuna, soprattutto a Fabriano. Ai maestri fabrianesi si devono numerosi perfezionamenti nella fabbricazione della carta: dalla collatura, alla gelatina, alla filigrana. Si crearono centri di produzione ovunque vi fosse acqua per far girare le macine cosicché, sul finire del Medioevo, l'Italia divenne il paese europeo dove se ne produceva la maggiore quantità. La materia prima fibrosa era costituita da stracci di cotone e di lino (gli arabi usarono anche la canapa).

Come si fabbrica la carta

La carta è composta principalmente di fibra cellulosa, ottenuta dal legno, da stracci o da carta usata (oppure da una combinazione di questi tre elementi). Il tipo di carta è determinato dalla natura della fibra usata. Il legno delle conifere ha una fibra lunga, che rende resistente la carta finita. Il legname può essere trasformato in pasta mediante processi chimici o meccanici: la trasformazione in pasta a opera di agenti chimici produce carta di migliore qualità, ma il processo risulta più costoso; la trasformazione in pasta effettuata meccanicamente dà origine a carte meno permanenti, come quelle usate per i quotidiani. Prima di essere trasportata alla cartiera, la pasta viene lavata, setacciata per asportarne le impurità, sbiancata e poi battuta, affinché liberi una sostanza gelatinosa che tiene assieme la fibre. Nella cartiera, alle balle di fibra vengono aggiunte collante e coloranti. Il caolino è l'additivo più comune, serve da riempitivo delle irregolarità superficiali, migliora il colore e l'opacità della carta e si usa anche come collante di superficie per carte a finitura molto lucida. La pasta viene quindi macinata, passata sotto pressa per l'estrazione dell'acqua ed essicata. La superficie subisce successivamente una rifinitura ed una lisciatura sotto pesanti rulli di ghisa: un'operazione detta calandratura, che determina il livello di brillantezza della carta. Il prodotto finito si presenta su bobina e quindi viene tagliato per le macchine alimentate a fogli. La carta è molto sensibile all'umidità e va conservata in ambienti a temperatura e umidità relativa costante, per evitare deformazioni.

La tecnologia dalle origini al '500

L'invenzione della stampa si fa comunemente risalire alla metà del 1400 e viene attribuita a Johannes Gutemberg da Magonza. In realtà Gutemberg inventò un vero processo industriale, comprendente: i caratteri mobili forgiati in metallo tenero e fondibile ottenuti in rilievo da una matrice, il processo di composizione con le relative attrezzature e la macchina da stampa identificata nel torchio. La stampa in rilievo era già utilizzata dai Sumeri, che facevano ruotare dei cilindri sopra i documenti ufficiali, nonché dai Cinesi, che riportavano disegni su tessuto mediante matrici di legno incise a rilievo. Gutemberg, tuttavia, provvide anche al compositoio, quella sorta di piccolo regolo sul quale si allineano i singoli caratteri, che gli consentì di risolvere il problema dell'allineamento delle lettere, che nelle sue opere appare già perfetto. Il suo livello tecnico si può riscontrare nella famosa Bibbia delle 42 linee, cosiddetta perché conta 42 righe per colonna. La conquista di Magonza, in una delle tante guerre di religione dell'epoca, costrinse i tipografi di quella città a disperdersi. Venne meno una sorta di vincolo al segreto e la stampa si diffuse in tutta Europa e particolarmente in Italia.

I primi centri ad accogliere i transfughi sono Subiaco, Roma e Venezia. Il loro esempio è contagioso e, sulla loro scia, si affermano numerosi tipografi locali. Se non deve essere attribuita a Gutemberg anche l'invenzione del torchio, certamente egli perfezionò questo strumento in modo da renderlo idoneo ad una stampa tipografica rapida ed efficace. La pagina da stampare era preparata con caratteri mobili in lega sul compositoio di legno dove veniva stabilita la giustezza (lunghezza) della riga. Per la spaziatura delle righe composte venivano usati spessori di carta o di legno di misure diverse. La pagina composta veniva collocata sul piano del torchio e chiusa in un telaio di ferro rettangolare. I caratteri venivano inchiostrati inizialmente con dei tamponi, in seguito con un rullo di gomma, si appoggiava il foglio di carta da stampare e, mediante la pressione di un altro piano, abbassato per mezzo di una vite senza fine azionata da una leva manuale si otteneva il foglio stampato. Un sistema certamente mutuato da quello dei vignaioli renani, che richiedeva una notevole forza muscolare per esercitare la dovuta pressione. Il tema successivo che i tipografi dell'epoca si trovarono ad affrontare fu quello dell'incisione su lastra. Si vuole che, verso il 1450, l'orafo fiorentino Maso Finiguerra scoprisse questa tecnica appoggiando per caso un piatto di metallo inciso sopra una carta unta d'olio. Probabilmente nelle incisioni vi erano resti di ossido che, combinatosi con l'olio, fece sì che i disegni del piatto si riproducessero sulla carta. Comunicata la scoperta a degli amici pittori, questi iniziarono le loro sperimentazioni su lastre di rame, che divennero di uso comune. Il problema consisteva nel fatto che i caratteri, come le xilografie, avevano le parti stampanti in rilievo, non così le lastre. Poiché l'incisione in rame offriva maggiori possibilità descrittive (i trattati di anatomia e la stessa Enciclopedia di Diderot non avrebbero avuto senso senza tavole minuziosamente dettagliate) si dovette procedere ad una doppia tiratura; su due diversi tipi di torchio, in quanto, per le incisioni, fu messo a punto il torchio calcografico a due rulli. Calcografici vengono denominati quei procedimenti nei quali il soggetto da riprodurre è incavato rispetto alla lastra da stampa. L'inchiostro viene steso su tutta la superficie e successivamente asportato, in modo che rimanga trattenuto solo nei solchi incisi. Alla profondità di questi ultimi corrisponde una maggiore o minore quantità di inchiostro, e, quindi, si ottengono diverse tonalità. E' una delle tecniche attualmente più diffuse per la produzione di multipli d'arte, mentre la variante industrializzata darà luogo alla stampa rotocalco. Alla fine del quattrocento i tipografi disponevano di due processi di stampa (rilievografico e calcografico) e di un apparato tecnico talmente valido, da resistere, senza mutamenti essenziali, sino alle soglie del XIX secolo.

L' opera di Maso Finiguerra, incisore orafo fiorentino che avviò il processo di stampa incavografico utilizzato artisticamente con la tecnica dell'acquaforte, in seguito diventerà calcografia e rotocalcografia

I caratteri da stampa

La storia del carattere da stampa viene ispirata da diversi fattori: tecnici, legati alle capacità di esecuzione di matrici e punzoni offerti dalla tecnologia del momento; estetici, influenzati dalla visione generale della cultura dell'epoca e da quella dello stampatore o, in molti casi, da una dinastia di stampatori; pratici, orientati dalle necessità di diffusione del prodotto finito. Ripercorrerla significa anche ripercorrere la storia delle idee e dei movimenti artistici di questi ultimi secoli.

Nel momento in cui Gutemberg iniziava la sua attività, in Germania imperava il gusto gotico ed anche gli amanuensi si conformarono a questo stile. Gutemberg, che non voleva inimicarsi un'influente categoria, si attenne ai modelli correnti anche per la forma delle lettere, che poi continuò ad essere usata in Germania fino ad epoca recente. In Italia, come eredità dell'umanesimo, era dominante il carattere tondo umanistco degli amanuensi, che all'inizio si cercò di trasferire su matrici mobili. Il massimo disegnatore di caratteri di quel periodo fu il francese Jenson, attivo a Venezia, che nel 1470 incise il Cicero, così denominato perché usato per le Epistulae di Cicerone. Molti altri caratteri dell'epoca, quali il Bembo ed il Poliphilus usati da Aldo Manuzio, prendono il nome della prima edizione cui si riferiscono. Analogamente la misura dei caratteri era definita con il riferimento ad un autore o al titolo di un opera.

In Venezia il lavoro editoriale di Aldo Manuzio ricevette un apporto determinante dalla capacità tipografica e calligrafica di Francesco Griffi che, oltre a modificare, superandoli in perfezione, i caratteri in uso, incise la lettera corsiva, poi chiamata Aldina. Per gli Estienne disegnò una serie di elegantissimi alfabeti Geoffroy Tory e quindi Claude Garamond. Fu questi il primo artista a dedicarsi esclusivamente alla incisione e fusione dei caratteri, traendo spunto dai caratteri aldini, ma rendendoli più semplici, spontanei e leggibili. I suoi caratteri sono ancora oggi usati per la loro funzionalità. Da citare il Granjon, soprattutto per i suoi corsivi che riproducevano con eleganza francese il cancelleresco romano; per la prima volta le maiuscole apparvero con la stessa inclinazione delle minuscole, tutte le lettere furono legate meglio tra loro e venne accentuato il contrasto chiaroscurale delle aste.

Composizione e Illustrazione

Le opere a stampa realizzate in questo periodo sono dette incunaboli, quasi a significare che l'arte tipografica era ancora in cuna, e presentano caratteristiche che li rendono facilmente identificabili: le pagine a larghi margini, necessari alle postille e alle miniature; la mancanza di lettere iniziali, per le quali si lasciavano spazi bianchi da far riempire al miniatore; il grande formato (in foglio o in quarto: il modello è ancora il codice dell'amanuense. In genere gli incunaboli mancano del frontespizio, sostituito nella prima pagina dalla dicitura incipit (incipit liber) ed è presente, al termine del volume il colophon (da una voce greca che significa coda, estremità) che contiene il nome dello stampatore, data e luogo di stampa. Il massimo stampatore dell'epoca è sicuramente Aldo Manuzio, colto umanista la cui prestigiosa tipografia contribuì in modo determinante alla diffusione dei testi classici. Tra l'altro stampò per primo una collana in formato tascabile, in ottavo piccolo, con tiratura di mille copie per volume, anziché le normali 100-500. Nelle sue opere sono già perfetti i tre elementi tipografici fondamentali: lo stile della lettera (appositamente incisa); la lunghezza ideale delle linee in rapporto alla forza di corpo impiegata; infine, le proporzioni ammirevoli della composizione in rapporto alla pagina. Il libro, lo stampato per eccellenza, nasce già illustrato. L'eredità del codice miniato viene assunta anche come necessità esplicativa, rivolta ad un pubblico in gran parte analfabeta. La tecnica disponibile era quella xilografica, che prevedeva l'incisione del soggetto su legno morbido, praticata fin dagli inizi del secondo millennio. Il primo libro in cui le illustrazioni xilografiche risultano uguali in tutti gli esemplari è l'Edelstein, edito a Bamberga. Le illustrazioni vennero stampate posteriormente al testo nella prima edizione del 1462 e contemporaneamente al testo nella seconda, eseguita l'anno successivo. Nei primi decenni la xilografia svolgeva un ruolo puramente illustrativo, privo di autonomia artistica, o decorativo, volto a creare motivi geometrici ripetitivi e bordi ornamentali. Il primo testo a stampa illustrato è l'Hypnerotomachia Poliphili, scritta a Verona nel 1467 e pubblicata a Venezia nel 1499 dall'editore-umanista Aldo Manuzio. E' un libro singolare e bizzarro, ma anche un capolavoro insuperato per la presenza di preziose e raffinatissime xilografie di autore ignoto, che servono perfettamente ad illustrare il testo. Fu Albrecht Dürer, mediante il perfezionamento della tecnica del disegno e l'unione di un'acuta osservazione della natura con l'acquisizione della prospettiva tridimensionale, ad elevare la xilografia al rango di espressione artistica, nelle sue grandi serie: l'Apocalisse, La grande Passione e La vita della Vergine, comprese tra il 1499 ed il 1511. Le sue conquiste vennero continuate da Grien, Lucas Cranach e, successivamente, da Hans Holbein. Lo stesso Dürer utilizzò anche l'incisione su lastra: incisione a bulino, acquaforte, puntasecca, mezzatinta e acquatinta sono le principali varianti di questa tecnica. Mentre la xilografia ha le sue radici nell'astrazione, nella sintesi e in una certa rigidità ed austerità della linea, che interpreta perfettamente la mentalità medievale, l'incisione, grazie al gioco delle sfumature consente una resa più analitica dell'immagine. La parallela diffusione dell'istruzione favorì il passaggio da una concisa astrazione di elementi simbolici ad un realismo libero nell'espressione.

Gli editori

Se risaliamo agli albori della tipografia, il tipografo è un artigiano colto, in possesso di una grande abilità manuale, ma è anche un intellettuale, perché deve conoscere i testi classici di autori latini, greci ed anche di poeti e filosofi "moderni", come Dante, Petrarca, Boccaccio. In alcuni paesi è autorizzato a portare al fianco la spada, come soldati e gentiluomini. Successivamente, fino al Bodoni e con qualche eccezione più tarda, trionfa la figura del tipografo-editore, progettista totale quando non anche esecutore delle proprie opere. Il massimo stampatore dell'epoca è sicuramente Aldo Manuzio, colto umanista la cui prestigiosa tipografia contribuì in modo determinante alla diffusione dei testi classici. Tra l'altro stampò per primo una collana in formato tascabile, in ottavo piccolo, con tiratura di mille copie per volume, anziché le normali 100-500. Nelle sue opere sono già perfetti i tre elementi tipografici fondamentali: lo stile della lettera (appositamente incisa); la lunghezza ideale delle linee in rapporto alla forza di corpo impiegata; infine, le proporzioni ammirevoli della composizione in rapporto alla pagina. Famosa fu la controversia che vide contrapposto al Manuzio l'incisore bolognese Francesco Griffi, ideatore del carattere corsivo, poi denominato Aldino per l'identificazione dell'uso nella tipografia veneziana. Griffi si sentì usurpato dell'onore, tanto da troncare la collaborazione con il Manuzio e fondare un'altra tipografia in proprio.

 600

 La carta

Gli olandesi furono i primi a realizzare un rudimentale meccanismo rotativo capace di rendere più efficace la lavorazione della carta. Fu proprio il meccanismo dei cartai tulipani, chiamato "olandese", a rendere la carta di una qualità più raffinata, poiché l'invenzione andò a migliorare il procedimento della "lavorazione" dell'impasto, la fase più importante del procedimento di fabbricazione della carta. Il paricolare prestigio raggiunto dai cartai olandesi dell'epoca, permise all'Olanda di essere un punto di riferimento anche per il commercio della carta. Infatti proprio dalla Compagnia delle Indie furono importate nei Paesi Bassi delle carte speciali, a loro volta ricavate da lavorazioni della cellulosa di bambù e di gelso, denominate "giapponesi" o "indiane". La particolare lavorazione a cui venivano sottoposte in assenza di vergatura, ne permisero l'uso agli artisti del tempo, poiché sia a livello cromatico che di assorbimento del tratto, la resa era ottima.

La tecnologia

Verso la metà del '600 il giapponese Some Ya Yu Tzen inventa il processo permeografico che verrà conosciuto dal mondo solo alla metà del 1800 ad opera degli inglesi con il nome di serigrafia. L'origine della serigrafia risale ai Katagami giapponesi, antica tecnica per decorare carta e tessuti, da noi conosciuta con i nomi di pochoir (lo stampino) stencil. Con questa tecnica l'inchiostro non è trasferito dalla matrice sul supporto, ma lo attraversa. La matrice è costituita da un tessuto, teso su di una cornice, che viene reso impermeabile in alcune parti con tecniche manuali o fotochimiche, e resta aperto solo nelle parti attraverso le quali si vuole far passare l'inchiostro.

I caratteri da stampa

Il '600 vede il predominio dei Paesi Bassi nell'arte della stampa, derivante dal successo di una concezione borghese della vita, pratica e industriale. Per le grandi tirature degli Elzevier, Christoffel van Dyck disegnò caratteri con aste corte e tozze, con grazie marcate ed estese, in modo che l'insieme dell'occhio, pesante e largo, riuscisse visibile anche se piccolo, resistesse alla pressione dei torchi e ricevesse una quantità rilevante di inchiostro, senza che si riempissero le cavità.

Composizione e illustrazione

Elzeviro

È il nome di un classico carattere inciso per la dinastia dei tipografi olandesi Elzevir da Christoffel Van Dyck ed è così chiamato l'articolo di terza pagina dei giornali, proprio perché originariamente stampato con questo carattere. Altri grandi incisori del '600 sono Luca di Leyda, il Guercino, Guido Reni, lo Spagnoletto, Salvator Rosa, Jacques Callot, Rembrandt, Rubens.

Gli editori

Il secolo successivo vede il predominio tipografico della Francia con, tra gli altri, Josse Bade, fiammingo trapiantato a Parigi, e la dinastia degli Estienne, rimasta poi attiva per quasi due secoli. Nel '600, in corrispondenza del periodo aureo vissuto dai Paesi Bassi, la tipografia conosce un grande splendore nelle regioni fiamminghe. E' da ricordare in particolare la casa editrice Plantin-Moretus, le cui edizioni presentano impaginazioni ben studiate e spesso abbellite da aggraziate lettere iniziali. Rispetto ai modelli rinascimentali italiani e francesi rivelano una fisionomia più aderente al gusto fiammingo, con una maggior pesantezza di pagina ed un più accurato movimento degli elementi costitutivi. Dai Plantin imparò l'arte Lodewijk, il primo degli Elzevier che, con una collana di letteratura classica e contemporanea, iniziarono una grande impresa editoriale. I loro volumetti detti elzeviri, stampati in dodicesimo piccolo, furono venduti ovunque in Europa, contribuendo alla diffusione della cultura.

700

La tecnologia

Verso la fine del '700 (1796) Senefelder inventa il processo di stampa oggi più utilizzato nel mondo: il processo di stampa planografico. Tale processo prende inizialmente il nome di litografia in quanto veniva impiegata una pietra come forma da stampa, in seguito offset litografia (processo indiretto di stampa in quanto il grafismo viene riportato dalla forma su un elemento, chiamato telo gommato) che nell'uso comune diventerà semplicemente offset. Il tedesco Alois Senefelder inventò casualmente, la litografia, anche se questo sistema fu il primo sistema planografico nel quale le parti stampanti sono sullo stesso livello di quelle non stampanti. Senefelder aveva in casa una modesta officina per stampare i propri lavori teatrali. Un giorno, per tener ferme le carte, posò una pietra calcarea sopra una nota della lavanderia, scritta con inchiostro grasso a base di cera. Quando la risollevò, si accorse che le parole si erano trasferite sulla superficie inferiore della pietra. I vari tentativi di cancellazione portarono alla constatazione del fatto che il calcare trattato con grassi (cioè gli inchiostri) rifiuta l'acqua, mentre le parti umide rifiutano i grassi. Questo principio chimico, trasferito alle lastre metalliche, porterà allo sviluppo della stampa offset. Da questo momento il progresso si accelera. Nel 1789 Nicolas Louis Robert, nella cartiera di Essonnes, di proprietà dei Didot, inventò la cosiddetta "macchina continua", con la quale divenne possibile fabbricare un nastro continuo di carta e decuplicare in tal modo la velocità di produzione.

I caratteri da stampa

Nel '700 continua l'evoluzione parallela di modelli ormai classici. Nella Francia, che viveva il suo momento di maturità ed eccellenza di gusto, culminato nello stile neoclassico, si esercitarono nell'arte incisoria i Fournier e successivamente, i Didot. La lettera francese si presenta dotata di un'eleganza spontanea, più libera e sciolta di qualsiasi altra, e pertanto più funzionale e leggibile. Incisori e fonditori (che svolgono attività ormai separate) realizzano finalmente due tipi della medesima lettera, il tondo ed il corsivo (e sembra che il primo sia stato Philippe Grand-jean). Nei Paesi Bassi il più ricercato era il Fleischman, di origine tedesca, ma trapiantato in Olanda. In Italia Bodoni disegna il suo carattere, fedele allo spirito neoclassico, anche se in esso i rapporti tendono più ad uno slancio verticale che non alla tipica rotondità romana. Altre caratteristiche salienti sono: i chiaroscuri assai contrastati, e tuttavia temperati da passaggi ben dosati; la geometrica linearità del disegno; la larghezza costante nelle varie strutture delle lettere maiuscole e minuscole, sia nel tondo sia nel corsivo. Ma il contributo più importante viene dall'Inghilterra, per merito di Caslon, Baskerville e quindi di Bell. Si deve a quest'ultimo l'introduzione della "s" rotonda invece della tradizionale "s" lunga, che si confondeva facilmente con la lettera "f". Il Caslon creò un alfabeto che affrancò l'Inghilterra dalla dipendenza di importazione di caratteri olandesi; il Baskerville la perfezionò e liberò la pagina dalla sovrabbondanza di decorazioni; il Bell creò il primo romano, tondo e corsivo, universale. Da questo momento cessano le preminenze nazionali e inizia una evoluzione a carattere generale.

Composizione e Illustrazione

Dopo la decadenza seicentesca, dovuta agli eccessi ornamentali del Barocco, nell'illustrazione per il libro (con la tecnica dell'acquaforte in particolare in Italia) si cimentarono nel settecento Giovanbattista Piazzetta in una splendida edizione dellaGerusalemme Liberata, Piranesi, Bartolozzi, Volpato, Giuseppe Wagner e numerosi altri. Contemporaneamente in Francia prendevano piede libri contenenti piccole immagini che descrivevano alcuni passi del testo ed in Inghilterra apparivano vignette di carattere spesso caricaturale, relativo ad argomenti sociali, letterari o politici. Iniziava così una tradizione che sarebbe sfociata rispettivamente nell'imagerie d'Epinal e nel Punch.

Gli editori

Nel '700 è significativa l'opera del Baskerville in Inghilterra, ammiratore dei grandi tipografi veneziani, di cui riprende le qualità tipografiche, con molta attenzione per l'architettura della pagina. A sua volta il Baskerville influenzò Giovanbattista Bodoni, il cui gusto essenzialmente neoclassico produsse opere di grande formato, con margini ampi, solenni nel carattere e nella composizione.

800

La carta

Alla fine del '700 (1799) il parigino Luis Robert inventò la prima macchina continua rudimentale. Questo permise di unificare in un unico ciclo produttivo la fabbricazione della carta, anche se la qualità era ancora scadente. Con la realizzazione della macchina in continuo per produrre la carta, furono successivamente perfezionate le macchine da stampa. Gli stracci non bastarono più; sotto la pressione della necessità nel 1844 si riuscì a produrre la pasta di legno, sfibrando dei tondelli di legno contro delle pietre rotanti per l'azione dell'acqua. I fratelli inglesi Fourdrinier finanziarono la costruzione di una macchina continua più larga e di qualità decisamente maggiore. Fu l'avvio delle moderne tecnologie che consentono la produzione di molti tipi di carta in funzione dell'utilizzo.

La tecnologia

Nel 1800 Firmin Didot trovò nella stereotipia il sistema di conservare le pagine, mediante il calco della composizione e conseguente fusione in lastre unitarie delle pagine, così da utilizzarle per future ristampe senza essere costretti a ricomporle. Friedrich Koenig costruì, a Londra, nel 1814, la prima macchina da stampa pianocilindrica, la quale consentiva un formato molto più ampio che non il torchio, e una velocità di stampa per allora sorprendente (1100 copie orarie, rispetto alle precedenti 300), agevolata dalla inchiostrazione incorporata e dall'energia a vapore, appena inventata, che muoveva tutta la macchina. Nel 1822 William Church inventò una fonditrice di caratteri che permetteva di fondere da 12000 a 20000 lettere all'ora, contro le 3000-7000 giornaliere del procedimento fino allora usato. Gli inglesi Augustus Appleght e Edward Cowper costruirono nel 1828 per il "Times", il massimo quotidiano londinese fondato nel 1788, la "macchina a quattro cilindri", che portava il numero delle copie a 4000 orarie (ma il primo quotidiano è l'inglese "The Daily Courant" del 1702). Verso il 1835, per opera soprattutto di Goffredo Engelman, venne messa a punto la cromolitografia, cioè un metodo di stampa che consiste nella sovrapposizione di più colori, naturalmente ancora a tinte piatte o sfumate con tecniche manuali; ad ogni colore corrisponde una pietra litografica. Nel 1837 Niepce e Daguerre, con la scoperta della fotografia, resero possibile la realizzazione del "cliché", cioè l'incisione in rilievo su zinco delle immagini al tratto o retinate. Finalmente la tipografia poteva rompere la secolare dipendenza della calcografia, per quanto riguardava le illustrazioni. Più tardi, venne pure introdotto il sistema della quadricromia, cioè della stampa delle illustrazioni policrome con più cliché retinati, da sovrapporre nella stampa. Intorno al 1840 furono iniziati i primi esperimenti di composizione meccanica che portarono, alle macchine linotype (Mergenthaler, 1884) e monotype (Lanston, 1887). Risale al 1866 l'invenzione della macchina rotativa, che riusciva a stampare contemporaneamente in bianca e volta (cioè dai due lati) un nastro continuo di carta, fino a 12000 segnature all'ora. Nel 1878 Carlo Klietsch mise a punto il procedimento fotogravure per la preparazione di matrici per il rotocalco e successivamente lo perfezionò con la scomposizione dell'immagine in reticolo a scomparti quadrati.

I caratteri da stampa

Nell'ottocento la diffusione della stampa portò oltre ad un progresso tecnico, anche ad una decadenza di gusto. Con l'affermazione del romanticismo e delle sue istanze di libertà individuale, i caratteri vennero presentati nella forma più varia e spesso bizzarra. Furono elaborati infiniti caratteri cosiddetti "fantasia", usati liberamente, con risultati spesso discutibili. Solo verso la fine del secolo, in pieno periodo liberty, alcuni caratteri disegnati da William Morris acquistarono notevole originalità in funzione dell'uso che ne veniva fatto.

Composizione e Illustrazione

Nell'ottocento la xilografia tornò prepotentemente in auge. In Francia si affermò grazie al Doré, che riuscì ad ottenere sfumature finissime anche dalle tavole incise in legno. In Inghilterra la utilizzarono i prerafaelliti, fra i quali William Morris, Burne-Jones e Dante Gabriele Rossetti. In generale però l'Ottocento segna la decadenza dell'illustrazione e della edizione d'arte: il libro si riduce nel formato, diventa più economico, utilizza i progressi meccanici e viene riprodotto in migliaia di esemplari. Fa eccezione il periodo liberty (dal nome di una ditta inglese di arredamento), chiamato floreale in Italia, Art nouveau in Francia e Jugendstil in Germania e Austria, che si situa a cavallo tra la fine del secolo e gli inizi del novecento. I principi ricorrenti nella composizione grafica di Walter Crane, Beardsley e Mackintosh in Gran Bretagna, di Vuillard, Vallotton e Denis in Francia, dei viennesi Hoffmann e Kolo Moser, dei tedeschi Behrens, Pankok, non sono estranei alla moda del giapponismo, che allora stava influenzando l'Europa. Dopo quel fecondo momento, l'illustrazione si limita a decorare i libri destinati ai ragazzi e più recentemente ai bambini. Gli interventi illustrativi di numerosi artisti, sulla scia di quelli di Toulouse-Loutrec, si trasferiscono nei manifesti o affiches. Rappresentano sicuramente una forma d'arte popolarizzata, ma sono anche gli antesignani nobili della moderna comunicazione pubblicitaria. L'applicazione di tecniche grafiche su prodotti stampati, a partire dal più evoluto mezzo di comunicazione visiva dell'epoca, si deve far risalire al Bauhaus di Berlino, movimento in cui operavano pesantemente Gropius, Kandinsky, ed altri nomi famosi.

Gli editori

Dopo Bodoni, e per tutto l'Ottocento, il gusto per l'arte della stampa cominciò a decadere; ciò in parte per le necessità di rispondere ad esigenze di alte tirature, consentite dal progresso tecnico, che trasformavano il libro in un oggetto di massa, in parte come conseguenza del romanticismo, che comportava una libertà svincolata da canoni estetici. Solo verso la fine del secolo William Morris, una singolare figura di poeta, artista, architetto e sociologo, fondò la Kelmscott Press e creò un nuovo stile, ispirato a motivi gotici medievali, ma informato allo stile liberty. La sua ricerca di armonia si rivolse alla doppia pagina del libro aperto, considerata quale unità complessiva per la ricerca dell'equilibrio tipografico.


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